After The Hunt: la logica della menzogna
After the Hunt – Dopo la caccia, presentato in anteprima al Festival di Venezia 2025 da Luca Guadagnino, con protagonisti Julia Roberts, Ayo Edebiri, Andrew Garfield e Michael Stuhlbarg racconta una storia (come solito del regista) all’insegna di rapporti tossici e disonesti. Al centro della trama, questa volta abbiamo una professoressa di filosofia malata, l’impenetrabile Alma (Roberts), il suo collega e migliore amico Hank (Garfield) e la sua brillante dottoranda Meggie (Edebiri), ricca, nera e lesbica. Un bel triangolo (delle Bermuda).
Alma e Hank sono migliori amici, ma allo stesso tempo si contendono una cattedra di filosofia a Yale che, come si dice all’inizio, spetterà sicuramente a lei in quanto donna, sottolineando come i tempi sono cambiati all’insegna del femminismo, insinuando che ormai le donne vengano privilegiate in quanto tali. Ma nel caso di Alma, la nomina sembra dipendere anche dalla tesi di laurea della giovane Maggie, presumibilmente plagio di un testo di Habermas. Hank scopre l’inganno, e tra lui e la studentessa nasce una rivalità che però non riguarda solo il piano accademico, ma anche quello sentimentale: entrambi infatti sono legati, in modo diverso, alla fragile e complessa Alma.
Quando Meggie accusa Hank di molestie sessuali, Alma si trova divisa tra la lealtà verso l’amico, che si dichiara innocente, e la solidarietà verso la sua allieva. Per i corridoi dell’università di Yale è rinomata in quanto paladina delle donne, ma dentro di sé non sa da che parte stare. Non scordiamoci di Friedrik (Stuhlbarg), psicoterapeuta e compagno di Alma, ormai ridotto quasi a una badante: cucina per lei, le prepara le medicine, la ascolta. Eppure la accusa di non essere veramente legata né a Hank né a Meggie, ma solo alle attenzioni e alla venerazione che riceve da entrambi. Anche il rapporto tra lui e la moglie fa davvero riflettere… lui è l’amore incondizionato dato, e lei è quello ricevuto, quasi passivamente.
Forse a muovere davvero il film non è la protagonista Alma, come si vorrebbe, ma il personaggio di Maggie, con la sua arroganza (mascherata da vittimismo) e le pretese da upper class girl privilegiata. Si potrebbe persino dire che quel suo caratterino sfacciato, spavaldo e impertinente, che ricorda il suo personaggio nella serie The Bear, la trasformi da preda a predatore portando lo spettatore a opporsi a lei invece che assecondarla. Nessuna caccia: il film parte con la sua rivelazione scottante sorta in un momento così delicato per l’ambito accademico.
Un film che ha un buon potenziale, ma che risulta, nel finale, insapore. La trama, di per sé, avrebbe potuto tenere gli occhi sbarrati e le mani strette ai braccioli delle poltrone per due ore, e invece a tratti risulta vaga, incomprensibile, sfocata. Non mi sento di dire che sia uno dei suoi lavori più riusciti, credo in primis per il fatto che sia davvero difficile empatizzare con i personaggi. Non per mancanza di bravura del cast, che anzi è ottimo, ma per via della sceneggiatura, scritta da Nora Garrett, che a volte sembra girare a vuoto.
Anche il messaggio rimane interessante e, per certi versi, potenzialmente brutale: una riflessione sulla violenza contro le donne inserita nella cornice di una società che si nasconde dietro il perbenismo e il politically correct, dove il confine tra verità, colpa e convenienza morale diventa sottilissimo. Qualcosa, però, lascia perplessi: la filosofia, in fondo, non serve a dare risposte, ma a generare domande — giusto? E di domande, questo film ne suscita parecchie.
Nella società in cui viviamo, è davvero preferibile fare ciò che è giusto, oppure ciò che ci conviene? Offrire un’immagine di sé che non ci rispecchia solo per ottenere un certo tipo di trattamento è diventato la normalità? Come possiamo impedire che gli altri provino a manipolarci facendo leva sui sensi di colpa sociali e individuali solo per ottenere ciò che vogliono?
E quindi, alla fine? Come sono andate davvero le cose? Forse la risposta la sapevamo fin dal titolo del film…
“Non si mente mai così tanto come prima delle elezioni, durante la guerra e dopo la caccia” diceva Otto Von Bismark.




