IL RAPIMENTO DI ARABELLA
Una piccola perla grezza e anomala per il cinema italiano contemporaneo: questo è Il rapimento di Arabella, l’ultimo film di Carolina Cavalli presentato a Venezia 82. I toni sono quelli di una commedia fuori dai soliti schemi, con l’ironia alla Kaurismäki, i colori caldi alla Florida Project e lo spirito è di un road movie drammatico la cui destinazione è il ritrovamento di sé stessi. Holly (Benedetta Porcaroli) ha 28 anni e un senso di grande inadeguatezza che non la fa mai sentire nel posto giusto, al momento giusto. L’incognita del futuro e i rimpianti del passato le dipingono sul volto quell’inquietudine tipica delle fasi di passaggio, quando ci si lancia in bilanci prematuri sulla propria vita. Una sera, nel parcheggio di un fast food, incontra Arabella (Lucrezia Guglielmino), una bambina di 7 anni esuberante e furba in cui Holly rivede la sé stessa del passato. Insieme decidono di fuggire per LaCrus, dando inizio a un road movie senza coordinate spazio-temporali, popolato da personaggi grotteschi che celano grandi fragilità.
Durante il viaggio, Holly e Arabella faranno tappa nei pressi di una chiesa che ospita matrimoni eccentrici in stile Las Vegas; qui Arabella farà da damigella in cambio di poche decine di euro, fondamentali per proseguire nella loro fuga. Ma tra le varie funzioni celebrate in rapidità, ce ne sarà una in cui la sposa chiederà alle due fuggitive, a gran voce dal sagrato della chiesa, di fermarsi alla festa. Un invito ufficiale, una richiesta sentita, la voglia sincera di renderle parte di qualcosa, di un momento. Davanti all’invito, Holly rimane incredula, a tal punto da chiedere alla sposa se davvero la proposta sia estesa anche a lei. L’inquadratura si stringe su quello sguardo smarrito e apparentemente distaccato, lasciando intravedere la gioia inaspettata del sentirsi finalmente accettata e benvoluta da qualcuno, lei che più volte nel film ripete di non piacere a nessuno.
Questo frangente è uno dei momenti in cui, con pochissime battute, il film restituisce in modo limpido la sensazione appiccicosa del non sentirsi mai adeguate e lo stupore che nasce quando, per la prima volta, ci si sente accolte. Perché per Holly si tratta di questo: pacificarsi con il proprio passato – fatto di obiettivi mancati e rifiuti – per contemplare un’idea di futuro in cui aleggia la vaga possibilità di poter piacere e generare affetto. Ecco dunque come l’invito a una festa di matrimonio rompe il tetto di cristallo delle sue insicurezze, generando nella protagonista un moto di genuino entusiasmo che la porta a invitare tutta la tavolata alla sua futura festa di laurea. Frangenti in cui la felicità sembra un’emozione praticabile anche per Holly.
La verità è che il film è disseminato di frangenti densi di significato, dialoghi essenziali intrisi di grande tenerezza e riflessioni sulla solitudine, sul bisogno di sentirsi accolti e di accogliere, a nostra volta, i propri fallimenti. Un film che vibra dell’amicizia tra una giovane donna e una bambina.
Il rapimento di Arabella, un po’ come Le città di pianura di Francesco Sossai, è un abbraccio inaspettato del cinema italiano, quel genere di cinema capace di essere uno specchio interiore per lo spettatore, di far sorridere mentre l’amarezza si agita dentro.




