Avatar Fuoco e Cenere, un’altra magnifica illusione di James Cameron.
In Tokyo-Ga di Wim Wenders c’è una celebre scena con Werner Herzog che esprime il desiderio di cercare immagini sempre più pure in un mondo ormai violato, dove non esiterebbe a salire su un razzo per andarle a cercare su Marte o Saturno, costi quel che costi. Seppur (solo apparentemente) molto distanti come artisti, anche James Cameron ha inseguito questo stesso desiderio cercando delle immagini pure nell’illusione di Pandora che oggi lo avvicina sempre più ai primordi di Georges Méliès quando dal suo studio ci proiettò oltre il cielo con Le voyage dans le Lune, dove presentava già i motivi selvatici e pigmentati di un paesaggio alieno simile a Pandora. Un mondo da ri-creare con tutte le risorse per cercare immagini pure e metterle al servizio di un processo creativo dove «il futuro è da immaginare», come viene detto in Fino alla fine del mondo (sempre di Wim Wenders). Insieme a pochi altri oggi (George Miller e David Cronenberg), James Cameron incarna questa filosofia (fino alla fine) del cinema, sperimentando senza pregiudicarsi nell’idea di un intrattenimento ampiamente accessibile.
Avatar Fuoco e Cenere, girato insieme al precedente La Via dell’Acqua del 2022, ci invita a tirare le somme di un percorso inaugurato nel 2009, coltivato già molti decenni prima e arrivando a porsi come un evento unico e necessario davanti all’omologazione di Hollywood. Non solo per storico di incassi, in attesa di registrare i nuovi necessari all’avvio di un quarto capitolo (di cui sono già state girate alcune riprese), ma sopratutto per un’ideale di stupore che alimenta le meraviglie di una tecnica tutt’altro che fine a se stessa, come si tende a criticare, accusandone il suo vuoto oltre la patina digitale. Una stratificata forma di artigianato che assorbe al suo interno tutta una tradizione classica e popolare che non ha mai nascosto un congegno narrativo oltre la sua dimensione più primordiale, necessariamente universale, e che manifesta in Avatar Fuoco e Cenere, come ogni terzo capitolo delle trilogie più iconiche che lo hanno preceduto, la sua visione più cupa. Un vero e proprio film sulla guerra e la sua filosofia, una tragedia a sfondo bellico che porta, non senza cinismo, alle estreme conseguenze il destino della vita che scorre dentro e fuori Pandora.
Diversamente dalla Via dell’Acqua, il titolo non connota un netto cambio di location legato a Varang, la villain più affascinante della trilogia, interpretata magnificamente da Oona Chaplin, leader dei corsari Mangkwan, figli del fuoco e della cenere del vulcano che ha distrutto la loro stirpe. Coloro che vedono in Eywa una Madre assente e debole e nelle armi di metallo della nostra Gente del Cielo un avvenire di sopraffazione e arricchimento a discapito degli altri clan, come i Na’vi e i Metkayina, che ora convivono nonostante la ferita ancora aperta per la morte di Neteyam, figlio maggiore di Jake Sully e Neytiri. Una ferita che definisce la vera matrice del titolo, “il fuoco dell’odio che lascia solo le ceneri del dolore”: quello di Neytiri distrutta dal lutto materno, quello dei sensi di colpa per Lo’ak, quello di Varaang accecata dalla sua sete di vendetta contro i suoi simili, tanto da allearsi con Quaritch e le forze di occupazione dei “pelle-rosa” pronte a scaricare un’altra offensiva definitiva sul reef, dopo un saliscendi continuo tra il cielo – con i nuovi stupendi Mercanti del Vento – il fiume e la foresta, fino alla città degli umani, vero nuovo palcoscenico industrializzato di questo terzo capitolo, dove la scoperta di un organismo miceliare capace di far respirare l’aria di Pandora agli umani potrebbe avere ripercussioni irreversibili sul successo del loro progetto coloniale.
Si può accusare un certo senso di deja-vù all’interno delle meccaniche riproposte, ma è chiaro che Fuoco e Cenere si pone come la chiusura di un arco narrativo aperto con il precedente, in cui l’epopea famigliare in questo teatro di guerra vuole mettere a fuoco la figura del reietto, a partire (nuovamente) da Payakan – il tulkun cetaceo escluso dal suo clan nonostante l’atto eroico nella battaglia precedente – e il suo fratello “umano” Lo’ak; come anche Kiri, soprattutto quando scopre il segreto dietro la sua nascita, ossessionata dal volere di Eywa. Anche Spider è un reietto dentro la famiglia dei Sully, agli occhi di Neytiri, consumata dall’odio verso gli umani, e a quelli del padre Quaritch, ancora una volta nei panni di un avatar in cui la scintilla di un percorso verso una nuova identità potrebbe farlo diventare un reietto tra i marines, complice l’intesa con la reietta Varang, mentre la sua nemesi Jake Sully, che non si scrolla ancora del tutto il suo passato da umano Toruk Makto, lo invita ad aprire gli occhi nuovi perché «Pandora è più profonda di quel che pensi. Hai dei nuovi occhi, devi solo aprirli.»
Io ti vedo.
Si torna sempre all’atto di vedere come atto di fiducia del proprio sguardo, il loro e il nostro di spettatori, proprio come l’intesa tra Lo’ak e Payakan ancora alla scoperta della via dell’acqua che guida questi percorsi di fluidità e transizione verso nuovi corpi e consapevolezze. Vedere con un nuovo corpo per salvare il mondo. Un senso che si esprime bene con uno dei tanti negoziati del film, quando Jake dice a Quaritch che agli occhi degli umani «siamo tutti uguali», come si critica ai tre film della saga, rischiando di ignorare e non riconoscerci, dentro questo ecosistema di sentimenti, nei determinanti conflitti generazionali tra i giovani che protestano e fanno sentire la loro voce contro le ideologie dominanti degli adulti, e nei legami familiari oltre le semplici affinità biologiche, come ha già suggerito quest’anno Una Battaglia dopo l’altra (con cui condivide l’immagine di un perfido colonnello come figura paterna).
James Cameron assimila tutti questi discorsi dentro un’opera conclusiva (e di transizione, come tutti i suoi personaggi) più votata all’azione che, come in tutto il suo cinema qui ampiamente autocitato, ha un peso narrativo centrale per farci empatizzare con tutta la temperatura mistica e terrena di un’immagine pura come Pandora, utopia del nostro pianeta perduto, come lo era il volto della Luna di Mèliés e oggi il volto di Eywa che Kiri spera di scorgere quando la tragedia ormai sembra regnare. Un kolossal scatenato con risvolti biblici e anche il più lisergico della saga in cui l’accensione psichedelica, immersa nel perfezionismo di Weta Digital, rende nuovamente irripetibile la profondità del 3D, portando il film a muoversi tra Apocalipse Now e Odissea nello Spazio, dal fantasy al western, insieme a un’immaginario classico proiettato nel futuro di un’illusione che conserva tutta la caratura umanista del suo creatore di mondi, a partire dalla fiducia totale nel cast che dà anima e corpo a scene già immortali (come l’incontro tra Varang e Quaritch) e drammatiche (quasi a voler chiudere un cerchio con Kate Winslet dal finale di Titanic). Avatar è ancora qui, 17 anni dopo, a testare la prova del tempo, misurandosi con le urgenze del nostro presente popolato di intelligenze artificiali contro il quale l’artigianato di Cameron, come quello di Hayao Miyazaki, mette sempre al centro l'”essere umano” di un Altro pianeta per avvertirci sui nostri venti di guerra (per stessa espressione del regista sulla situazione attuale a Gaza, Ucraina e Sudan). Oltre la patina digitale di Avatar c’è sempre una visione più profonda fino alla fine dell’umano al di fuori del quale, con gli occhi di un nuovo corpo, possiamo ancora imparare ad osservare. Dopo Il Signore degli Anelli, con Fuoco e Cenere le nuove (e vecchie) generazioni hanno finalmente la loro nuova grande trilogia del 21° secolo.




