Il Diavolo Veste Prada 2: storia di un cult
Il diavolo veste Prada non è soltanto un cult: è scuola per i cult. È sufficiente vedere un tacco a spillo rosso o sentire nominare un maglioncino ceruleo perché nella nostra mente riaffiorino immediatamente le scene, le battute e i look più iconici del film. Se nel 2006 il regista David Frankel raccontava il mondo della moda e dell’editoria per come era allora, nel 2026 lo racconta per come è diventato oggi. Ed è proprio per questo che, a mio parere, il sequel funziona. La realtà si è trasformata e, insieme a essa, anche il mondo della finzione.
Andy (Anne Hathaway) non è più la stagista ansiosa e sognatrice degli inizi, ma una giornalista affermata e influente. Miranda (Meryl Streep) non è più la leader invincibile e temuta che dominava ogni stanza, bensì una figura mediatica esposta e vulnerabile, costretta a confrontarsi con un mondo che pretende sensibilità e political correctness. Nigel (Stanley Tucci) non è più l’assistente relegato dietro le quinte, ma una figura finalmente riconosciuta per il suo talento, mentre Emily (Emily Blunt) completa la propria parabola trasformandosi in una donna tanto ambiziosa quanto spietata.
Come in una reunion, i protagonisti, pur avendo intrapreso strade diverse, si ritrovano per un’ultima missione comune: salvare Runway.
E proprio Runway diventa l’emblema del giornalismo contemporaneo. Non esiste più la rivista cartacea che conoscevamo nel 2006: sopravvive soltanto la sua versione digitale. Ancora una volta il film intreccia finzione e realtà. Del resto, Il diavolo veste Prada nasce dall’omonimo bestseller pubblicato nel 2003 da Lauren Weisberger, che per quasi un anno lavorò come assistente personale di Anna Wintour, la leggendaria direttrice di Vogue America.
Vedere oggi Meryl Streep e Anna Wintour posare insieme per la copertina di Vogue e raccontarsi in un’intervista doppia su cosa significhi guidare i rispettivi settori assume un valore simbolico. Per questo Chloe Malle, recentemente nominata Head of Editorial Content di Vogue America dopo Anna Wintour, si presenta alla sfilata di Celine con un cardigan ceruleo. È come se le parti si invertissero: non è più la finzione a imitare la realtà, ma la realtà a imitare la finzione. È la Andy Sachs del mondo reale.
Se nel primo film la capitale della moda era Parigi, nel 2026 quel ruolo appartiene a Milano. È qui che la troupe ha girato alcune delle scene più suggestive, come Miranda che vaga di notte in una Galleria Vittorio Emanuele II deserta o le riprese all’interno della Pinacoteca di Brera. Milano è stata anche il centro delle celebrazioni per il film: in occasione della première del 23 aprile, la città si è trasformata in un’estensione dell’universo di Runway.
Dal 14 aprile al 4 maggio 2026, la Rinascente è stata completamente conquistata dall’estetica del film. All’ingresso troneggiavano due décolleté rosse alte quattro metri, realizzate insieme a Stefano Seletti. I visitatori potevano poi percorrere una passerella rossa, entrare nell’ufficio di Miranda Priestly, esplorare il celebre guardaroba e posare davanti a una copertina personalizzata.
Anche l’edicola storica di Piazza Giovine Italia è stata interamente brandizzata: per la prima volta Runway, la rivista immaginaria della saga, è diventata concreta con Emily Charlton in copertina, e ogni giorno venivano distribuite gratuitamente centinaia di copie… o meglio, il prezzo da pagare erano code chilometriche.
Il punto è che tutti questi elementi sono codici. Codici che appartengono all’immaginario collettivo e che ci trasportano immediatamente dentro quel mondo fatto di successo, lusso, potere e fama. Sono simboli che riconosciamo all’istante, perché ormai fanno parte della cultura pop.
Cantava KT Tunstall in Suddenly I See, la colonna sonora che ha accompagnato un’intera generazione. È questo il cuore del film: il desiderio di diventare qualcuno, di sentirsi all’altezza di qualsiasi sfida, di credere che tutto sia possibile. «Mi fa sentire come se potessi essere una torre». In fondo, è la versione contemporanea dell’American Dream. Ed è forse per questo che, a distanza di vent’anni, non resistiamo al fascino di voler entrare nel mondo de Il diavolo veste Prada.




