La pelle come pellicola

La pelle come pellicola

Questo articolo doveva essere diverso. Avevo cominciato a scriverlo perché Cat People ha (ri)portato in sala, per la prima volta in Italia, Suicide Club e The Whispering Star di Sono Sion, e il cinema di Sono Sion è stato molto importante per me, ed è uno di quelli che abbiamo fatto vedere alla Collina dei Conigli e al Cosmonauta, in Sala Ejzenstejn, 10-15 anni fa, scaricato da una baia che resterà per sempre nei nostri cuori, sottotitolato da chissà chi, negli anni in cui Sono Sion qui non arrivava. Volevo scrivere di Suicide Club, del 2001, dell’incipit a Shinjuku, di Tokyo GAGAGA, della lettura di Bartalini su Spietati.it, quella che, come una ferita aperta, da un nome alla «pelle come pellicola». Volevo scrivere che la stanza da cui dieci anni fa ritagliavamo un cinema era piena, che restava la suggestione di un funerale, alla fine dei film di Sono, che avevamo qualche anno in meno e nessuna idea di quanto «il signore del caos», come lo chiama Tomasi e Picollo, stesse già parlando di noi. Poi però, mentre scrivevo, mi sono imbattuto in Chiba Mira, e ho cancellato tutto. Ho ricominciato da capo, perché le domande, ora che so, cambiano, e cambiano le cose.

Chiba Mira è una donna che nell’aprile 2022, con il proprio nome e cognome, ha accusato pubblicamente Sono Sion di averle imposto un rapporto sessuale. La sua testimonianza è uscita su Shukan Josei, celebre settimanale giapponese, ed è stata depositata come prova nel processo che Sono ha intentato per diffamazione contro l’attore Yuki Matsuzaki — che sosteneva le accusatrici, citando spesso Chiba Mira — ed è stata una delle voci più dirette dell’inchiesta che in quei mesi ha provato a far esistere in Giappone qualcosa di simile a un #MeToo. Otto mesi dopo aver parlato, nel dicembre 2022, Chiba Mira si è uccisa, mentre Sono ha continuato a fare causa a chi ne raccontava la storia. Nel maggio 2025, la sentenza del Tribunale di Tokyo ha riconosciuto come fatto provato che Sono, in una posizione di potere, in qualità di regista, nei confronti di giovani attrici, aveva inviato a più donne messaggi che richiedevano rapporti sessuali, e aveva fatto recitare persone con cui li aveva avuti. Sono, in conferenza stampa, ha definito quella parte della sentenza «una specie di postilla, di commento dopo i titoli di coda», ha annunciato ricorso e, in maniera granitica, non ha riconosciuto alcunché.

Cat People ha portato in sala Suicide Club il 27 di aprile. La rassegna stampa italiana che ha parlato dell’uscita — almeno quella che sono riuscito a leggere io in questi giorni — non nomina né Chiba Mira né il resto. Si parla del film cult, del suo incipit, del cinema estremo, del ritardo della distribuzione italiana, e si fa quello che abbiamo fatto noi al Cosmonauta più di dieci anni fa, cioè si dà Sono al pubblico come (se fosse soltanto) un autore. Solo che dieci anni fa non si sapeva, e adesso invece si sa.

E se si sa, va detto. Io sono un femminista intersezionale, e non lo dico per spendere credenziali, ma perché è una mia pratica (anche) di lettura. Una pratica che ho imparato, tra le altre, da Adrienne Rich, che, ad esempio, nel 1971 in When We Dead Awaken: Writing as Re-Vision, chiama re-visionri-visione — l’atto di tornare su un testo già letto guardandolo da una nuova angolazione critica, non per cancellarlo ma per smetterla di leggerlo come se non avesse storia, come se non avesse fatto male a nessuno, come se la cultura fosse intangibile e pura. Rich dice che Re-vision è una pratica di sopravvivenza, per le donne e per chiunque venga letto “periferico” o irrilevante, non è un esercizio accademico, è il modo in cui le persone ultime si tengono in vita dentro un canone che le ha invece scritte fuori. Allora ho sentito in qualche modo che avrei dovuto farlo con Sono, questo atto di ri-visione; perciò niente, eccomi qua, a riscrivere questo articolo dopo aver cestinato quello a cui avevo pensato.

Perché — mi sono detto — c’è poco da fare, la rimozione è strutturale, non solo in Italia, ed è una parte del problema che mi coinvolge direttamente, perché è il canone privilegiato a cui mio malgrado appartengo, ed è (stata in parte) anche la mia rimozione rispetto ad altri fantasmi personali (da Celine a Carmelo Bene).

Lo specifico perché non dirò che quello di Sono è un caso peggiore di altri, come se altri casi fossero meno gravi. Dirò che Sono ha un fattore specifico di gravità che è inscritto dentro al suo cinema: Sono ha fatto recitare nei propri film le donne con cui aveva ottenuto rapporti tramite coercizione. Vuol dire che dentro i suoi film ci sono attrici che sono lì perché sono state costrette ad avere rapporti sessuali con lui. Quindi i film non sono soltanto fatti da chi le ha costrette, sono in parte il prodotto materiale e tangibile della coercizione stessa, ne sono l’espressione diretta, sono dispositivi in cui il crimine e la violenza diventano addirittura materia visiva. E poco conta che per Suicide Club il caso sia meno netto o inesistente, perché comunque il principio è qui, e si estende su tutto il resto. Quindi, mi sono detto, non si può e non si deve tornare indietro a uno sguardo “innocente”.

E dunque cosa si fa, qui, su BILLY, che non è una rivista che cancella e non è una rivista che assolve? Mi sono chiesto se la risposta fosse non scrivere niente, poi mi sono ricordato di Adèle Haenel ai César del 2020, quando Polanski ha vinto come miglior regista per J’accuse e lei si è alzata ed è uscita dalla sala urlando «la honte, la honte!». Haenel non ha chiesto di bruciare Chinatown ma si è rifiutata e si rifiuta di stare seduta mentre il sistema celebra il suo autore — un autore che è uno di quei “fantasmi” a cui accennavo, perché ha formato la mia cinefilia e contemporaneamente è stato condannato per rapporto sessuale illecito con una tredicenne, è latitante dal 1978, ha rivolto le sue uniche scuse note in una lettera privata alla sua vittima, ed è protetto da quarantasette anni dall’industria cinematografica.

È la distinzione tra vedere e celebrare, fra un canone privato a cui forse ognuno di noi ha diritto e la complicazione di abitare con consapevolezza l’intero portato di un’opera, nonostante la distribuzione e le sale cinematografiche si comportino come se niente fosse, celebrando il grande autore, senza ri-visione. Qualcuno potrebbe dire che anche noi, al Cosmonauta, dieci anni fa, in buona fede e in cattiva ignoranza, facevamo finta di niente. Può essere, ma la differenza è che adesso io so, e sapere mi costringe all’atto.

Un atto che non ha risposte, ha solo un sacco di domande, di dubbi, e soprattutto di dolori. E il dolore, vi prego, non è quello di non poter più godere in maniera “innocente” di Suicide Club, ché quello non è un dolore, se siamo sinceri, ed è anche, francamente, la più misera delle questioni in gioco qui.

Il dolore vero è che noi, qui, in Italia, in sala, lo stiamo (ri)accogliendo come se non fosse successo niente. Il dolore è che Chiba Mira ha parlato col proprio nome ed è morta, il dolore è il male fatto, il dolore è la macchina giudiziaria con cui un regista che ha potere ha continuato a infliggere l’ennesima violenza, il dolore è il potere stesso, usato come si usa sempre il potere, dappertutto, da sempre. Finché non lo inceppiamo, in qualche modo.

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