8½ o dell’impossibilità di esistere senza mentire

8½ o dell’impossibilità di esistere senza mentire

Una presentazione nei giardini del San Domenico

“Vi racconto una bugia: questo film non esiste.”

Con queste parole ho iniziato la presentazione di 8½ lo scorso 26 giugno, nei giardini antistanti i Musei San Domenico di Forlì. L’occasione era l’ultimo appuntamento di “Locus Solus: visioni, riflessi, identità”, una rassegna cinematografica curata dal meraviglioso collettivo Onde Urbane — nato nel 2023 con l’intento di ricostituire quel “contatto reale” che il periodo pandemico aveva fratturato — e che prendeva ispirazione dalla mostra in corso al museo per interrogarsi sull’identità attraverso il cinema. Ma se dentro alle asfittiche mura del San Domenico si esplorava il percorso dall’autoritratto al selfie, fuori, nel buio dei giardini stracolmi di pubblico, Fellini ci mostrava qualcosa di più radicale: l’impossibilità stessa dell’autenticità.

8½ è un paradosso, lo sappiamo tutti. È un inganno doloroso su ciò che siamo. Un film su un film che non verrà mai girato, diretto da un regista – Federico Fellini – che non solo si è sempre definito «un bugiardo nato» ma ha fatto della bugia la sua forma espressiva privilegiata. Ecco, 8½ è una bugia monumentale. Eppure, attraverso questa bugia monumentale, Fellini riesce, meglio di qualsiasi documentario, meglio di qualsiasi seduta psicanalitica, meglio di qualsiasi inchiesta, a dire più verità – ché se esistono le bugie da qualche parte devono esistere delle verità – sulla condizione umana e artistica di ciascuno di noi.

Il film che non può esistere

La trama è arcinota: il protagonista, Guido Anselmi, è un regista in crisi che dovrebbe girare un film di fantascienza. Ha già fatto costruire un’astronave gigantesca, alta 70 metri. I produttori hanno investito una fortuna. Gli attori sono stati scelti. C’è solo un piccolo problema: Guido non ha la minima idea di quale storia raccontare. E più importante ancora: non sa più se ha qualcosa da dire.

Ma ecco il primo punto. Spesso, da quando (non) faccio cinema, mi hanno chiesto quale fosse il mio 8½, e ho sempre pensato che per me ogni film che (non) faccio è il mio 8½. Qualche temo fa la domanda sarebbe stata sicuramente prematura (e la risposta presuntuosa, come oggi, in ogni caso) e avrebbe significato qualcosa di diverso (capolavoro, testamento, confessione…), ma adesso, ora, io credo, è differente.

Cioè se oggi ti viene chiesto quale sia il tuo 8½, sento, personalmente, che la risposta non possa che indicare il film che non riesci a fare o che, meglio, hai paura di fare, per timore di essere scoperto, per paura che la tua impostura si mostri a tuttǝ. Perché c’è poco da dire, si filma con i propri fantasmi, più che con le ore di lavorazione, perché il tempo per fare un film è quello che ci vuole per scavare la fossa in cui seppellire le proprie illusioni.

Ecco, Fellini fa di questa paralisi il cuore del film. 8½ diventa il film sull’impossibilità di fare il film. Ma se questa è, ovviamente, solo la superficie, che – sia chiaro – resta sempre fondamentale, soprattuto per Fellini, è sotto la superficie che insieme riverbera una pulsione violenta, apparentemente autodistruttiva: raccontare la propria menzogna, la propria impostura. E così che Fellini, parlando di sé, parla di ciascuno di noi.

Il labirinto senza uscita

8½ è strutturato come un labirinto di specchi dove ogni corridoio riflette un altro corridoio, dove ogni porta apre un’altra porta. Non c’è distinzione tra quello che Guido vive, ricorda, sogna, immagina, vorrebbe filmare. Non è confusione, anche se confonde, non c’è disordine, anche se disordina, è piuttosto un tumulto. E questo, per me, è oggi il secondo punto. Fellini ci dice una cosa fondamentale: la nostra identità è comunque già una falsificazione, è già un montaggio. Noi siamo contemporaneamente tutti i nostri ricordi (veri, falsi e costruiti), tutti i nostri sogni (realizzati, frustrati e ipotizzati), tutte le nostre fantasie (confessabili, inconfessabili e inesistenti).

Questo significa che ciò che accade nel film – che sia nella testa di Guido, nei suoi sogni, nelle sue fantasie o che invece succeda davvero, fuori dalla sua immaginazione – è tutto ugualmente reale e quindi tutto ugualmente falso.

E questa è una rivelazione, un’epifania, un’apocalisse: non esiste un “io” autentico nascosto sotto le maschere che portiamo. Noi siamo la somma di tutte le nostre maschere, che si incollano, fondendosi, a un io che quindi, da solo, appunto, non esiste. Siamo dei mostri. Ma mostro, in latino, vuol dire anche prodigio.

Il vampiro emotivo

E allora c’è qualcosa di mostruoso in Guido, e Fellini non cerca di nasconderlo e non ci nasconde. Quante persone usiamo per le nostre storie? Guido è un vampiro emotivo che succhia la vita dalle persone intorno a lui per trasformarla in arte – tutto diventa materiale per la sua creazione, e quindi per creare se stesso, la sua stessa esistenza, in un certo senso.

E qui, mentre guardiamo Guido sfruttare la sua vita per l’arte, realizziamo, ovviamente, che stiamo guardando Fellini fare esattamente la stessa cosa. Il film che stiamo vedendo, come in una vertigine, è proprio il film che Guido non riesce a fare, e questa è una consapevolezza che parla con la vita, direttamente e dolorosamente.

Ma se Fellini ha preso la sua crisi artistica e personale e l’ha trasformata in arte, mi viene da dire che non siamo lontanǝ dal paradosso del cretese che dice «tutti i cretesi mentono»: se dice la verità, allora mente; se mente, allora dice la verità. 8½ secondo me funziona così: è un film sull’impossibilità di essere autentici che raggiunge l’autenticità proprio attraverso la consapevolezza di questa impossibilità.

ASA NISI MASA: la magia perduta

C’è una sequenza che, in questo, io credo sveli tutto. Da bambini credevamo nella magia, non quella dei prestigiatori, la magia vera, quella per cui, se chiudi forte forte gli occhi, ciò che hai davanti sparisce, quella per cui una giornata andrà bene se conti un numero dispari di sassolini nell’acciottolato che ti porta a scuola. Io ci credo ancora, per dire, ma io ho dei problemi. Però a me pare che parte di quello che vediamo in 8½ sia proprio Fellini che cerca di tornare lì, in quel posto, in quel mondo di magia infantile, e inesorabilmente fallisce, come ciascunǝ di noi.

In questa scena, Guido bambino viene portato a letto. Una ragazza indica un ritratto e dice che quella notte gli occhi si muoveranno. Se diranno le parole magiche – “ASA NISI MASA” – apparirà un tesoro.

Sento questa scena, apparentemente casuale, come il cuore segreto del film. Le parole magiche sono la deformazione infantile in lingua serpentina di Anima. E qui si colloca il terzo punto cruciale: l’arte nasce da quel momento in cui da bambini crediamo nella magia, in cui le parole possono far muovere gli occhi nei quadri, in cui tutto è possibile.

Il dramma di Guido — e forse di ogni artista e forse di ogni essere umano — è che non può tornare a quel momento. Può solo ricordarlo, deformarlo, reinventarlo. L’arte, e forse la vita, diventano il tentativo impossibile di recuperare quella magia infantile con i mezzi disincantati dell’adulto. E quindi diventa un’assenza lacerante, perché irreversibile.

La contemporaneità paradossale

Ora, io non amo i facili parallelismi con l’epoca digitale, le ansie da prestazione social o il multitasking esistenziale, che fa tanto sociologia spicciola. Ma c’è qualcosa in 8½ che anticipa di sessant’anni la nostra condizione. Non nel senso banale della frammentazione identitaria, ma in quello più profondo dell’accettazione della menzogna come unica forma possibile di verità.

La vera potenza di Fellini sta nell’aver capito che questa frammentazione non è necessariamente una tragedia. Anzi, può essere anche una danza, deve esserlo. Non a caso «Egli danza» dice Pasolini, tramite Orson Welles, ne La Ricotta, parlando di Fellini. «Egli danza».

La resa che libera

Cosa significa? Significa che alla fine del film succede qualcosa di straordinario. Dopo aver passato due ore a tormentarsi sulla sua incapacità di fare il film “giusto”, Guido ha un’illuminazione. Ma non è l’illuminazione che ci aspetteremmo. È piuttosto un’epifania dolorosa e rassegnata.

Guido semplicemente accetta, accetta di essere un bugiardo, di essere frammentato, accetta di non avere nulla di profondo da dire. E in questa accettazione trova una strana forma di libertà, non dissimile dalla morte.

Il finale quindi non è una riconciliazione, tutt’altro: è una resa. È un finale drammatico, ma, nella consapevolezza di non poter far altro che mentire, è una resa drammaticamente gioiosa. Se tutto è performance, se non c’è un “vero io” da trovare, allora tanto vale danzare. Scegliere una vita completamente falsa ma straordinaria.

Il senso di una proiezione

8½ non solo è stupefacente da guardare, ma dice anche moltissimo, solo che non lo fa in un modo a cui siamo (più o ancora) abituati. Non ci dà risposte, piuttosto ci mostra il processo stesso del cercare risposte e il fallimento inevitabile della ricerca. D’altronde nessuno ci ha detto che saremmo venutǝ al mondo per essere felici.

E in questo fallimento spettacolare, in questa danza sull’orlo del vuoto, c’è più verità che in mille film che pretendono di avere un messaggio.

Quella sera nei giardini del San Domenico — in un’atmosfera pazzesca, quasi mistica, con persone sedute ovunque, sui muretti, in piedi lungo i viali — ho capito ancora una volta perché vedere un film dovrebbe essere una pratica culturale condivisa. Non solo perché si sogna insieme, come diceva Fellini, ma perché la sala (all’aperto o al chiuso) è ancora quello spazio sacro dove avviene la crudeltà necessaria dell’esperienza collettiva.

8½ non ci dice chi siamo, piuttosto ci mostra che la domanda “chi sono?” è forse la domanda sbagliata. Fellini era un uomo del circo prima che del cinema e sapeva che a volte la profondità più grande sta nella superficie più brillante.

8½ sono 138 minuti di un labirinto di cui non ha senso cercare l’uscita, perché non c’è, e da cui, in fondo, non si vuole davvero uscire.

E se oggi il mio tormento maggiore (Palestina a parte) è un mondo che rende tutti artefici orgogliosi della propria ipocrisia quotidiana, forse Fellini forse ci indica una strada: abbracciare il paradosso, filmare l’impossibilità stessa di filmare. Perché il cinema autentico nasce sempre da questa contraddizione, da questo confronto con l’impossibilità di realizzare quello che si vorrebbe. E ogni film, alla fine, è sempre quello che non puoi fare.

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