“SEMBRAVA NON FINIRE MAI” di Delisio, Stravato, Dubini, Franceschini, Mulana, Orrù

“SEMBRAVA NON FINIRE MAI” di Delisio, Stravato, Dubini, Franceschini, Mulana, Orrù

Sembrava non finire mai è un film che nasce da un gesto semplice: riaprire una scatola. Dentro, ci sono pellicole super 8 che hanno aspettato per decenni, nascoste, quasi come fossero reliquie di un tempo che non aveva ancora capito di essere passato. Proiettare di nuovo, guardare di nuovo, ricordare di nuovo: è già cinema, perché, almeno così a me pare, è il momento preciso in cui la memoria si fa corpo, è l’immagine che torna a respirare e a chiedere di essere ascoltata.

Carbonia è il luogo fisico e simbolico di questa riemersione: città operaia, miniera dismessa, archivio di un’Italia che ha creduto nel lavoro come fondamento dell’identità. Ma attenzione: Sembrava non finire mai non è un film sulla nostalgia, è piuttosto un film sulla sopravvivenza dell’immagine, sull’impossibilità di chiudere davvero un tempo, sull’insistenza dei volti che (ri)tornano. Trovo che ci sia qualcosa di profondamente politico nel modo in cui il film lascia che le vecchie pellicole e le nuove inquadrature convivano senza gerarchie: come se il passato non fosse da ricordare ma da attraversare, come se la memoria potesse ancora disobbedire al presente.

L’archivio, qui, non è repertorio, è corpo dissidente, è materia fragile che rifiuta di essere addomesticata nella narrazione lineare del progresso. Quelle immagini mosse, troppo luminose, a volte quasi indecifrabili, sono la forma stessa di un rifiuto, il rifiuto di essere spiegate, di diventare storia chiusa, di cedere all’algoritmo della chiarezza. E così ogni fotogramma in super 8 è un frammento che resiste all’ordine visivo contemporaneo, al dominio della pulizia della visione, è il corpo imperfetto del tempo che si ribella all’estetica del presente.

La regia collettiva – sei autori guidati da Daniele Gaglianone – diventa allora parte del senso: il film non ha un solo sguardo, ma molti sguardi che si sovrappongono, si cercano, si interrogano, in un gesto di restituzione più che di rappresentazione. Le persone di Carbonia, invitate a guardare se stesse di trent’anni fa, non interpretano un ruolo ma si riappropriano del proprio passato. È come se il cinema restituisse loro il diritto di ricordare, di raccontarsi senza mediazione.

Nel montaggio, il tempo non scorre ma si stratifica, con il passato che si innesta sul presente, il presente che si rispecchia nel passato, e in mezzo c’è lo spazio sospeso della memoria, che non serve a consolare ma a comprendere. Ogni volta che un volto guarda verso lo schermo, in quella sala dove la pellicola ricomincia a girare, accade che il tempo si piega, e lo sguardo si fa doppio, rivolto a se stesso e al mondo, come fosse un cortocircuito.

Sembrava non finire mai è, per me, in fondo, un film sul desiderio di non archiviare la vita. Un cinema che non conserva ma resiste, non cede alla dimenticanza, all’omologazione, alla velocità del presente. Un film che ci ricorda che la memoria non è un atto nostalgico, ma un atto politico. E che a volte, per continuare a vivere, bisogna avere il coraggio di tornare indietro.

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