Fine dell’Euphoria!
Alert: quest’articolo è pieno di spoiler. Si consiglia di finire la terza stagione di Euphoria prima di leggerlo. Si consiglia di non iniziarla affatto se non si vuole soffrire come l’autrice di questo articolo.
Una volta ero felice, appagata, sguazzavo nella mia piscina primordiale, poi un giorno per ragioni indipendenti dalla mia volontà sono stata schiacciata ripetutamente dal crudele collo dell’utero di mia madre Leslie. Mi sono difesa bene, ma ho perso. Era la prima volta, ma non sarebbe stata l’ultima.
Inizia così la prima puntata della prima stagione di una delle serie più incredibili degli ultimi anni: Euphoria. A parlare è, a sua volta, uno dei personaggi più vivi e interessanti mai creati per il piccolo schermo: Rue Bennet, protagonista e cuore emotivo della serie. Rue non è semplicemente un personaggio di Euphoria, è il suo sguardo. Per tre stagioni, dal 2019 al 2026, abbiamo seguito questa adolescente prima e giovane donna poi mentre cercava di trovare il suo posto nel mondo, combattendo con disturbi, relazioni altalenanti e, soprattutto, dipendenza dalle droghe.
Le prime due stagioni di Euphoria sono quello che, con un termine ultra abusato, si può definire senza dubbio un capolavoro. Per la prima volta diverse generazioni di adolescenti si sono sentite rappresentate e viste. Sembrava che finalmente questo strano mostro informe “igiovanidioggi” avesse preso la telecamera e si fosse messo a raccontarsi, senza, per una volta, essere filtrato dalla visione moralizzante degli adulti.
Attraverso la voce e il corpo di Rue (un’incredibile Zendaya, nel ruolo della sua vita a soli 22 anni), siamo state accompagnate in questo mondo pieno di traumi, disperazione e catene, ma anche di spensieratezza, speranza, futuri possibili.
La forza della serie non era però soltanto nei temi che affrontava, ma nel modo in cui sceglieva di affrontarli. Euphoria non raccontava adolescenti problematici: raccontava persone che erano alla disperata ricerca di un’identità.La dipendenza di Rue, il rapporto di Jules con il proprio corpo e il proprio desiderio, l’ossessione di Nate per il controllo, la fragilità di Cassie: nulla sembrava esistere per dimostrare una tesi. Erano prima di tutto esseri umani contraddittori, capaci di ferire e di essere feriti.
Una parabola discendente – in tutti i sensi – che va dalla nascita alla morte di un personaggio fondamentale e che si conclude con un inquietante “Amen” nella casa di una famiglia ultracattolica del Texas.
Come si sia passati dal capolavoro al trash in così poco tempo è francamente difficile da comprendere e da spiegare.
Non perché una storia debba necessariamente rimanere uguale a se stessa per sempre. Gli autori hanno il diritto, e spesso il dovere, di cambiare prospettiva. Il problema nasce quando il cambiamento non è un’evoluzione naturale della storia, ma una totale negazione di ciò che aveva reso quella storia significativa.
Al di là del western da quattro soldi, di cobra che finiscono in buchi del terreno e mangiano le persone (!), di strip club e sparatorie varie, quello che mi ha più turbato è che l’autore sembra aver completamente perso il rispetto per i suoi personaggi. Una questione che per un narratore dovrebbe essere sacra. Rispettare un personaggio non significa proteggerlo dal dolore, dal fallimento o dalla morte. Significa continuare a considerarlo una persona, capace di contenere moltitudini e contraddizioni, anche quando la storia lo distrugge.
Non è cambiato solo il modo di raccontare, spogliato della sua meravigliosa originalità, ma anche ciò che viene raccontato, che passa dalla complessità dell’analisi interiore alla banalità dell’azione dei polizieschi. I personaggi sono alla ricerca disperata della propria identità, mentre la serie stessa sembra averla persa e il caos che ne deriva è insopportabile, soprattutto se paragonato all’intensità delle stagioni precedenti.
Mi chiedo se questo abbandono della complessità sia sintomatico del momento in cui viviamo, se questa preferenza per l’azione e le facili sparatorie a discapito della ricerca faticosa della propria identità ci dica qualcosa sul tipo di società che stiamo diventando.
La narrazione di Euphoria è passata da una struttura profondamente character driven (guidata dai personaggi, cioè in cui sono i personaggi e i loro conflitti interiori a determinare ciò che accade) a una sempre più plot-driven (in cui sono gli eventi esterni a trascinare i personaggi e a costringerli ad agire). Ma il problema non è semplicemente che la trama abbia acquisito più importanza, il problema è che gli eventi sembrano sempre meno nascere dai personaggi e sempre più imporsi su di loro. Rue, Cassie, Nate, Jules non sembrano più persone che compiono delle scelte, anche sbagliate, a partire dalla propria personalità. Sembrano diventati strumenti attraverso cui la serie mette in scena una visione del mondo. La crisi di Euphoria, quindi, non è soltanto una crisi narrativa: è una crisi del rapporto tra autore e personaggio.
Una serie che prima chiedeva allo spettatore di comprendere i propri protagonisti sembra ora chiedergli soprattutto di interpretarli. I personaggi smettono lentamente di essere individui e diventano piatti simboli: della dipendenza, della solitudine, della mascolinità tossica, della perdita di futuro.
La crisi di Euphoria è il sintomo di una cultura che fatica sempre più a raccontare persone complesse perché preferisce trasformare le esperienze umane in immagini immediatamente riconoscibili.
Il comandamento principale è diventato uno solo: creare contenuti. Contenuti veloci, leggibili, fruibili.
Siamo passati dalla narrazione dell’identità alla narrazione della performance. L’identità richiede tempo, contraddizioni e fallimenti. La performance, invece, richiede di essere immediatamente riconoscibile. In tutti i campi, la complessità sembra essere diventata il nemico numero uno.
Dare la colpa ai social e alla tecnologia di ogni trasformazione culturale sarebbe una spiegazione troppo facile. Guy Debord, con il concetto di “società dello spettacolo”, aveva già descritto una realtà in cui i rapporti umani vengono sempre più mediati dalle immagini. Jean Baudrillard avrebbe poi parlato di simulacri: rappresentazioni che non si limitano più a descrivere la realtà, ma arrivano a sostituirla. Anche David Foster Wallace, negli anni Novanta, osservava come la televisione americana stesse diventando sempre più consapevole della propria natura spettacolare. Parliamo di teorie sviluppate decenni fa, quando i social non erano nemmeno una fantasia.
I social non hanno quindi certamente creato questa dinamica, probabilmente l’hanno solo accelerata. Hanno reso ogni persona potenzialmente un’immagine, ogni esperienza potenzialmente un contenuto, ogni sofferenza potenzialmente una forma di esposizione. E se c’era un personaggio che incarnava alla perfezione questa contraddizione era proprio Rue: una ragazza estenuata dal peso di dover essere qualcosa.
La nostra società ci mette costantemente sotto pressione e ci spinge a performare in qualsiasi ambito. Siamo esauste. Il motivo per cui la maggior parte delle persone preferisce contenuti veloci è che non ha energia per pensare, perché pensare costa fatica, fatica che viene richiesta ogni ora di ogni giorno. È esattamente questo il motivo per cui Rue ricorre alla droga, che riesce a darle quello che nient’altro può: la possibilità di non pensare, e quindi, di non soffrire, di non sentire il male.
L’unica cosa che ho apprezzato di questa stagione è proprio la rappresentazione della stanchezza. Rue non muore combattendo contro i ganster (almeno, per fortuna!) ma si spegne lentamente a causa del fentanyl, la principale causa di morte per overdose negli Stati Uniti. E la promessa mortale del fentanyl è proprio la possibilità di spegnersi, di smetterla di correre e combattere.
Non contesto la morte di Rue. Trovo giusto omaggiare anche chi non ha avuto una seconda possibilità – come l’attore della serie Angus Cloud, che viene salutato in un bellissima immagine negli ultimi momenti di Rue – e non raccontare solo storie di persone che ce la fanno.
Quello che condanno è il messaggio che si possa amare solo chi riesce a salvarsi. Rue non ce la fa e un personaggio così meraviglioso, non solo viene svuotato della sua complessità, ma non viene pianto dalle persone che la amavano. Non c’è una commemorazione, non ci sono sua mamma e sua sorella che la ricordano. La sua morte, che dovrebbe essere il momento in cui la serie restituisce tutto il peso della sua esistenza, finisce invece per lasciarla sola.
Viene salutata in una scena finale discutibile da persone che l’avevano vista una sola volta per mezza giornata, mentre alcune delle sue migliori amiche si limitano a ricordarla come “una drogata che aveva un bel sorriso” e l’amore della sua vita le fa un dipinto, prima di andare a prendere un caffè col suo sugar daddy (nell’unica scena commovente, che dura circa 30 secondi).
Quello che trovo francamente incomprensibile è aver dedicato una quantità insopportabile di ore a raccontare sottotrame fatte di spaccio, cartelli, e sparatorie, sacrificando totalmente la crescita e l’interiorità dei personaggi. Quando, invece, quello che Euphoria ha lasciato davvero alla storia delle serie non sono i fucili, i pistoleri e il moralismo da quattro soldi, ma il racconto lungo e dettagliato dei traumi, di bambini e bambine che sviluppano la loro personalità in un mondo ostile e diventano ragazzi e ragazze che devono trovare il loro posto in quel mondo.
Sono certa che non ricorderò come sia andata la guerra tra i cartelli, i nomi dei gangster e le loro pistole, ma ricorderò un vecchio episodio di un’ora in cui due dei protagonisti, Ali e Rue, non fanno altro che parlare in una tavola calda.
In cui una ragazza con una serie di problemi per lei insormontabili ammette che non vuole stare in questo mondo di merda e annuncia lucidamente che non ci resterà a lungo. In cui anticipa il suo epitaffio in uno scambio di battute che da solo rappresenta la grandezza di quello che era questa serie e che purtroppo non è più:
Ali: Chi vuoi essere quando lascerai questa Terra? Hai detto che non vivrai ancora per molto, ok, allora come vuoi che tua madre e tua sorella ti ricordino?
Rue: Come una che si è impegnata tanto per essere come non poteva essere.

