Father Mother Sister Brother
Visioni Corsare è una nuova rubrica di BILLY. Recensioni collettive per parlare insieme dei film più importanti del mese. A volte come articoli, a volte come post. Per la prima puntata abbiamo deciso di partire con un articolo a sei mani: Marco Bacchi, Gaia Causarano e Isabella Parutto si confrontano per Jim Jarmusch.
Jarmush ci guida all’interno del suo personale ritratto della famiglia: attraversando strade malmesse e trafficate, passato e presente, silenzi e distanze, ci mostra invece l’immobilità e la staticità dei legami che si sono fatti vincoli, che hanno scavato solchi e costruito muri. Nella rigidità di ogni parola e di ogni gesto si nasconde la seduzione della “normalità” che si schianta contro l’irrimediabile, in ogni sforzo proteso alla riconciliazione c’è la rabbia e l’amarezza di un trauma e di una delusione. Dietro ogni addio c’è il desiderio di sottrarsi alla percezione del fallimento, di recuperare nella distanza e nella cecità l’unico amuleto in grado di sconfiggere quell’idea di incapacità che si ha nel saper di doverli attraversare quei legami, per potersi affrancare dal senso di inadeguatezza e trovare finalmente una dimensione di libertà.
Father Mother Sister Brother non si limita a metterci davanti agli occhi una fotografia delle relazioni familiari, ma costruisce un’opera in tre movimenti che, parlandoci nel presente, ci evoca invece un passato e ci riporta alle sue ferite. Mentre i personaggi camminano tra le macerie delle loro relazioni come sconosciuti, nello spazio vuoto e desolato che è il loro presente (a cui in ogni episodio ci si riferisce come “desolandia”), le uniche cose che regalano qualche istante di pacificazione e conciliazione sono degli oggetti, quegli oggetti che rimandano a un passato lontano e irraggiungibile, che riportano a galla i ricordi lasciando sul fondo le sfumature di nero che li attraversano, facendo loro capire che forse non sono ancora pronti a disfarsene o che magari non vogliono davvero farlo.
Marco Bacchi
Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch è un film sobrio e contemplativo che ci invita a esplorare il delicato territorio emotivo dei rapporti familiari in età adulta. Piuttosto che affidarsi a meccanismi narrativi tradizionali o a svolte drammatiche, il film si sviluppa attraverso tre vignette autonome, ognuna incentrata su legami familiari segnati da imbarazzo, distanza e da un passato mai del tutto esplicitato, ma tenuti insieme da un’esperienza umana condivisa.
Il primo capitolo presenta i fratelli Jeff ed Emily, interpretati da Adam Driver e Mayim Bialik, che intraprendono un viaggio atteso da tempo per riallacciare i rapporti con il loro padre solitario, interpretato da Tom Waits.
Il loro incontro è carico di disagio e tensioni irrisolte, mostrando come anni di lontananza possano plasmare i rapporti in modi difficili da esprimere a parole. Il film non esplicita il loro passato, ma utilizza silenzi e piccoli gesti per suggerire emozioni più profonde che affiorano lentamente.
Nel secondo episodio, ambientato a Dublino, incontriamo una madre e le sue due figlie adulte, interpretate da Charlotte Rampling, Cate Blanchett e Vicky Krieps. Il loro rituale annuale del tè, fatto di conversazioni educate e silenzi altrettanto significativi, rappresenta perfettamente il delicato equilibrio tra dovere familiare e distanza emotiva, dimostrando come la vicinanza possa convivere con una sottile freddezza.
L’ultimo segmento, ambientato a Parigi, segue i gemelli Skye e Billy mentre mettono ordine tra gli oggetti lasciati dai genitori scomparsi. Questa parte è la più malinconica e affronta il tema dell’assenza e della memoria, mostrando come la storia condivisa continui a vivere anche dopo la perdita.
Nel complesso, lo stile di Jarmusch è paziente e osservativo. Non c’è sentimentalismo forzato, ma un umorismo sottile e una riflessione silenziosa che rendono significativi anche i momenti più ordinari.
Father Mother Sister Brother è per chi sa apprezzare il ritmo gentile e le sfumature emotive: una meditazione delicata sulla complessità della vita familiare.
Gaia Causarano
La scelta di distribuire nelle sale Father Mother Sister Brother proprio in questa stagione si pone a metà tra lo sberleffo e il colpo di genio: quale momento migliore del Natale infatti per parlare di famiglia, la protagonista indiscussa di cinepanettoni e di film vincitori della Mostra del Cinema di Venezia?
Jim Jarmusch decide quindi di indagare le relazioni familiari, uno dei temi più sviscerati nella storia dell’umanità, costruendo un trittico all’apparenza ermetico le cui parti in realtà dialogano apertamente, con un fil rouge che innerva i tre atti non solo attraverso il rosso degli abiti indossati dai protagonisti di queste storie, ma anche da leitmotiv reiterati per tutta la pellicola, dagli innocui accenni all’acqua e agli orologi fino agli interrogativi più spinosi cui tutti noi ci siamo trovati di fronte, almeno una volta nella vita, proprio come i personaggi sullo schermo.
È così che storie molto specifiche – ben delineate in termini geografici, temporali e interpersonali come sono quelle di Father Mother Sister Brother – diventano racconti umani e per questo universali, che trascendendo lo spazio e il tempo riescono a parlare in qualche misura, seppur minima, a tutti e a tutte.
«Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo»: con il suo ultimo lavoro Jarmusch pare così prendere l’iconico incipit di Anna Karenina e capovolgerlo, prendendosi tutto il tempo per mostrare – in maniera neanche troppo velata – che alla fine pure le famiglie infelici, disfunzionali e un po’ ammaccate hanno molti più punti in comune di quanto non ci si aspetti.
Isabella Parutto

