LO SPECCHIO DI BERLINO

LO SPECCHIO DI BERLINO

La Berlinale 76, ovvero il festival che è da sempre il più politico del mondo e che oggi fa finta di non esserlo

Cominciamo dall’inizio, che è il posto migliore da cui iniziare, dicono. Quindi cominciamo dal paradosso, ché è così che è iniziata questa Berlinale. O dai paradossi, dalle contraddizioni, al plurale, se preferite. 

Da un lato abbiamo un festival che è nato nel 1951 come “vetrina del mondo libero”, ideato dagli americani per tenere accesa una lampadina nel buio della Berlino divisa, un festival che ha dato voce ai cineasti iraniani durante la rivolta “Donna Vita Libertà”, che ha condannato l’invasione russa dell’Ucraina, che porta strutturalmente impresso nel DNA il concetto di cinema come atto politico. E dall’altro c’è lo stesso festival che apre la sua 76ª edizione con Wim Wenders — quoque tu, Wim — che dichiara, in conferenza stampa: «dobbiamo stare fuori dalla politica». 

Lo stesso Wenders che, prima di quella frase, aveva detto cose anche belle e persino in parte vere. Tipo che «i film possono cambiare il mondo (…). Nessun film ha mai cambiato l’idea di un politico. Ma puoi cambiare l’idea che le persone hanno di come dovrebbero vivere. Il cinema ha un potere incredibile di essere compassionevole ed empatico». E ancora: «c’è una grande discrepanza su questo pianeta tra le persone che vogliono vivere le proprie vite e i governi che hanno altre idee. Penso che il cinema entri in quella discrepanza». Che, se ci si pensa, è una teoria del cinema persino raffinata e in parte addirittura condivisibile.

Ma poi, purtroppo per Wenders, è arrivata la domanda specifica su Gaza, il finanziamento del governo tedesco al festival, la solidarietà selettiva con l’Ucraina e l’Iran ma non con la Palestina. E lì, il raffinato teorico del cinema-empatia, ha prodotto quella frase — come vogliamo definirla? Infelice? Ci sta, ma solo per essere gentili. 

Ché poi, sempre per restare nel paradosso, proprio Wenders, nel suo libro del 1991, The Logic of Images, aveva scritto che i film che fingono di non essere politici sono i più politici di tutti, perché «liquidano la possibilità del cambiamento». E solo due anni fa aveva detto che «la Berlinale è tradizionalmente sempre stato il più politico dei grandi festival; non se ne starà fuori adesso e non lo farà in futuro». 

Non male, mi pare, come prima contraddizione. A seguito di questo sorridersi d’eventi, due film in lingua araba sono stati ritirati dal festival, Arundhati Roy ha annullato la sua partecipazione con una dichiarazione durissima, e Tricia Tuttle, la Direttrice del festival, ha rilasciato un lungo comunicato difensivo nel quale — con una certa eleganza — di fatto smentisce il presidente della sua giuria senza nominarlo.

La politica, insomma, è esplosa subito, prima dei film, non (ancora) nei film, ma intorno ai film. E questo è già un profilo rilevante del cinema che ci sembra emergere da questa edizione.

Perché la contraddizione alla fine, in realtà, è, come spesso succede, una sola ed è tutta qui. I film in programma, a leggere la programmazione, sono tra i più politicamente densi degli ultimi anni: dalla censura di stato all’esilio (russo ma non solo), dalla violenza di genere (in guerra ma non solo) al colonialismo (australiano ma non solo), dall’oppressione tribale e religiosa al genocidio, fino all’assassinio di un attivista palestinese-americano. E tutto questo mentre cominciano ad arrivare sul tappeto rosso le superstar, che tentano di essere degne di un post su Instagram in tempo di (neo)fascismo conclamato.

Tuttle, nel suo comunicato, propone inoltre una distinzione, che, per quanto discutibile da un punto di vista terminologico, è consueta ma soprattutto utile: c’è la politica con la P maiuscola — governi, stato, istituzioni — e la politica con la p minuscola, quella che «esamina il potere nella vita quotidiana, chi è visibile e chi no, chi è incluso e chi escluso». E aggiunge, con una franchezza rara, che «c’è meno ossigeno per conversazioni serie sul cinema o sulla cultura, a meno che non possano essere piegate all’agenda delle notizie». 

A me pare una diagnosi sufficientemente esatta del momento, e anche, implicitamente, la spiegazione del perché un regista come Wenders — che di solito sa benissimo cosa fa — preferisca, in questo contesto, la postura dell’artista puro al rischio del dibattito.

Non a caso la curatrice ha definito il filo conduttore del programma come qualcosa che parla di «famiglia e intimità sotto pressione, questioni di cura, potere, appartenenza, e l’esperienza di vivere tra mondi». Molti dei film, dice, «guardano a come le vite private sono plasmate da forze politiche e sociali più grandi». La famiglia, in questa Berlinale, non è metafora, non è sfondo, è il prisma — ossia qualcosa che scompone per rendere visibile attraverso cui leggere le dinamiche politiche e sociali più ampie, e il cinema lo usa come strumento di analisi e non come cornice.

Ecco allora che quello che emerge con prepotenza in questa Berlinale è finalmente un cinema della simultaneità, fatto di vite che abitano più mondi nello stesso tempo e di corpi che portano dentro di sé geografie in conflitto, in cui l’identità è un problema di navigazione e non di appartenenza.

Parallelamente, sembra fortissima la pulsione di questa Berlinale verso il cinema degli spazi negati. Il curatore della benemerita sezione Panorama, Michael Stütz, parla del cinema come di un «mediatore di trasgressione, di narrazione, e come espressione di desiderio e autodeterminazione», e, a “leggere” i film, la sua non è una metafora, perché gli spazi di questo cinema sono fisici, geografici, politici. Sono un campo di battaglia politica, non una tendenza intellettuale, sono un’urgenza materiale.

E a confermarlo c’è il cinema del reale — che per noi è sempre un test di salute importante per un festival — verso il quale la 76ª Berlinale è straordinariamente generosa, con due documentari in concorso, una Panorama Dokumente raramente di livello così alto, e un Rithy Panh straordinariamente presente in Forum. Tutto ciò a conferma di una sensazione tutt’altro che embrionale emersa degli ultimi anni, cioè che il documentario non sia più il parente povero del festival, ma sia diventato il luogo dove il cinema pensa se stesso, dove la «ostinazione estetica» — così Forum definisce la propria ragion d’essere — incontra il discorso politico senza mediazioni.

Ma c’è un’ultima tendenza — sempre sostanzialmente presunta, ché stiamo anticipando, ipotizzando, sperando, senza ancora aver visto niente — che vale la pena segnalare, perché non riguarda i film ma il loro ecosistema. Tuttle nota con soddisfazione che Hollywood sta guardando verso i registi europei perché «è il tipo di cinema indipendente che Hollywood faceva più spesso». Non è un’analisi innocente, anzi è il segnale che l’industria americana — tra algoritmi, streaming e monocultura di franchise — forse ha perso i codici del racconto e li va a cercare fuori casa.

La Berlinale 2026 è, in fondo, in questo senso, un festival che sembra testimoniare una doppia crisi: quella del mondo e quella del cinema come industria. Wenders dice «fuori dalla politica», ma i film in programma dicono il contrario, e lo dicono adesso. Il festival sta nel mezzo, a fare da mediatore tra queste contraddizioni, con una direttrice che cerca di tenere insieme il mercato e l’autorialità, la P maiuscola e la p minuscola, la testimonianza e la bellezza.

Non è una posizione comoda, credo, però di sicuro è, a voler essere onesti, una posizione cinematograficamente — come dire? — molto produttiva. Ma è soprattutto un’ipotesi, come le nostre. E BILLY è qui per provare a verificarle e ad abitarle.

Siamo prontx per tutte le contraddizioni che ci aspettano?

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