WE ARE ALL STRANGERS di Anthony Chen

WE ARE ALL STRANGERS di Anthony Chen

Ieri avevamo scritto che la famiglia è il “prisma” attraverso cui questo festival legge le dinamiche politiche e sociali del mondo, e non ci eravamo sbagliatx, almeno a giudicare dal primo film in concorso che riusciamo a vedere. Un prisma, dicevamo, non una metafora: uno strumento ottico che decompone la luce in frequenze visibili. Bene, We Are All Strangers è esattamente questo, ed è un film che sa farlo con grazia rara, senza quasi che ce ne si accorga.

C’è Singapore, in questo film, poi una cameriera di birreria (Yeo Yann Yann, straordinaria come sempre), un uomo che gestisce una bancarella di noodles e suo figlio, appena arruolato nell’esercito, quindi una madre benestante e sua figlia. Sembra una storia minuscola, ordinaria quasi fino all’imbarazzo, e lo è. Ma è una normalità fatta di faglie, di classi sociali che premono ovunque, di legami che si scelgono e di quelli che si subiscono. Nel mezzo, come in tutti i film di Chen, c’è la vita, la vita e basta: il cibo preparato, le stanze troppo piccole, i silenzi che sembrano pietre.

Anthony Chen chiude qui la sua trilogia del crescere, iniziata con Ilo Ilo (Camera d’Or a Cannes, 2013) e continuata con Wet Season (2019). Tredici anni e tre film con gli stessi attori, le stesse domande, una Singapore che cambia e poi non cambia più. Chen ha detto che «attraverso questi film, siamo cresciuti insieme; il nostro bambino di undici anni è diventato adulto, e io sono invecchiato». Non sembri una nota di produzione, è invece la poetica stessa del film, densa e precisa.

Qualcuno, un po’ pigramente, ha evocato Yi Yi di Edward Yang. Il paragone è lusinghiero ma Chen non è Yang (chi lo è?), e soprattutto, non si tratta di una questione di filiazione quanto piuttosto della capacità di trasformare il “banale” in rivelazione senza forzarlo, senza gonfiarlo, senza metterci sopra la musica giusta nel momento giusto. We Are All Strangers funziona proprio perché non ti aspetti che funzioni, perché la storia che racconta non ha, almeno in teoria, alcuna urgenza epica. Eppure.

Eppure è uno dei film più onesti che vedrete, se mai lo vedrete, uno dei più sinceri nel senso etimologico del termine, cioè sine cera, senza cera, quindi senza alcuna patina che protegge e falsifica. Un film costruito pezzo per pezzo, senza gesti di troppo, con una specie di speranza — perché «tutti i personaggi di questo film non smettono di sperare» — che non ha facile sentimentalismo dentro, ma piuttosto una necessità. We Are All Strangers è pervaso da quella strana levità, commovente senza volerlo, che hanno le persone giovani quando non sanno ancora quanto possa pesare il mondo.

Ieri abbiamo scritto anche che ci sembrava che questa Berlinale abitasse finalmente un cinema della simultaneità, ossia raccontasse di corpi che abitano più mondi contemporaneamente, dell’identità come questione di movimento più che di appartenenza. We Are All Strangers appartiene a questa tendenza, crediamo, ma la racconta dal basso, dal piano terra della storia, quella di una famiglia ricomposta che porta in sé due storie, due lutti, due versioni di sé stessa. La simultaneità, qui, è domestica, ed è forse la forma più difficile da reggere.

We Are All Strangers è il primo film singaporiano in concorso nella storia della Berlinale. Tricia Tuttle l’ha selezionato in un programma che — come detto — ha la famiglia come prisma analitico, e la scelta, ovviamente, non è casuale. Chen porta a Berlino una Singapore che non è quella del miracolo economico da cartolina, ma quella delle bancarelle di noodles, dei permessi di lavoro precari, dei figli che crescono in fretta, troppo, perché non c’è alternativa, non c’è tempo. Classe sociale e affetto, legalità e sopravvivenza: forse è questa la politica nel senso minuscolo di Tuttle, quella che si agita nei corpi e nelle cucine, non nelle dichiarazioni.

We Are All Strangers è esattamente quel tipo di film che ha il potere di cambiare il modo in cui le persone pensano a come vivere, per dirla con il Wenders ancora “lucido”. Vuol dire che We Are All Strangers non cambia niente e non vuole cambiare niente, ma ha la forza di riuscire a farti vedere, per più di due ore e mezza, qualcosa che forse già sapevi e che di sicuro avevi smesso di guardare, qualcosa che avevi dimenticato o che avevi scelto di rimuovere. E, francamente, è tanta roba.

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