NINA ROZA di Geneviève Dulude-De Celles

NINA ROZA di Geneviève Dulude-De Celles

«Familles, je vous hais» diceva André Gide, ne Les Nourritures terrestres del 1897. Famiglie, vi odio. Non perché siate cattive, ma perché siete chiuse, perché opprimete, perché spegnete, perché la vostra forma d’amore è — spesso, troppo spesso — indistinguibile dalla vostra forma di controllo. Se la famiglia è il prisma attraverso cui il festival legge il mondo, Nina Roza non decompone la luce in frequenze belle, lo usa per mostrare quanto possa bruciare.

Mihail è bulgaro ma vive a Montreal, dove fa il consulente d’arte per un ricco collezionista. Quarant’anni fa — no, trent’anni fa, però quarant’anni nell’anima — ha lasciato la Bulgaria, dopo la morte della moglie, strappando via a quella terra la figlia di otto anni, Roza. Trent’anni dopo — quaranta nell’anima — ci torna, per un’altra bambina di otto anni, Nina, che dipinge con una maturità che non dovrebbe avere. Così, in quella Bulgaria, che non è più quella che ricorda ma che continua a parlare dentro di lui, incontra Nina, e Nina è Roza, o potrebbe esserlo, o è quello che Roza era prima che lui la sradicasse per portarla dall’altra parte del mondo. Quindi il titolo è tutto. Nina più Roza, come in un sogno sbagliato, non una persona sola, ma una doppia presenza, due verità in conflitto. Non è trama, è l’unico argomento del film.

Dulude-De Celles ha detto di aver voluto «parlare del fragile senso di appartenenza, di trovare una casa», e che il suo racconto è quello di un viaggio «tracciato da una ricerca intima, iniziatica». Ma per quanto la regista québécoise — e questo è un dettaglio che conta — non abbia mai vissuto la migrazione in prima persona, da bambina non ha neanche mai sentito di appartenere al luogo in cui è cresciuta. La distanza è biografica ma spostata, elaborata, fatta propria attraverso un’esperienza di margine più sottile, perché Dulude-De Celles non racconta quello che conosce, racconta quello che ha capito guardando gli altri, e ovviamente c’è tutta la differenza del mondo.

Un mondo che alterna respiri da cartolina a quella sensazione precisa di guardare qualcosa che non vuole essere guardato, di essere turisti in una ruralità che non ha bisogno di noi. Non è la Bulgaria pittoresca del cinema europeo che ama i Balcani da lontano, è un paesaggio che ha vita propria, gerarchie proprie, che non si fa spiegare da fuori e che non ha bisogno di essere spiegato. Mihail arriva come esperto, ma quello che succede è che l’esperto viene smontato. Il nord globale che va a valutare il talento del sud, e poi rimane fermo, bloccato, incapace di emettere un giudizio perché il giudizio gli costa troppo.

«Volevo mostrare una relazione dove due persone non hanno niente in comune, almeno all’inizio», ha detto ancora la regista, e in questo senso il film rifiuta la gerarchia più ovvia e stereotipata: non è il vecchio che insegna, non è la bambina che commuove l’adulto cinico, non è il canadese colto che scopre l’anima primitiva e autentica dei Balcani. Nina Roza ribalta le gerarchie o, meglio, le sospende, quando sentiamo che la bambina non ha bisogno di essere autenticata e che forse è invece il vecchio ad aver bisogno di essere, in qualche modo, perdonato.

Nina Roza è simultaneità verticale, temporale, abita sia gli anni Novanta bulgari che l’adesso del ritorno, e li abita senza riuscire a separarli, senza poter dire cosa appartenga al passato e cosa al presente. Per questo i tanti silenzi che attraversano il film sono il precipitato di trent’anni di distanza che nessuna telefonata, nessuna visita, nessuna buona intenzione può davvero colmare.

E allora ecco Gide, di nuovo, perché il problema della famiglia non è l’odio, è la presunzione d’amore, l’idea che amare qualcuno sia già, di per sé, sufficiente, al punto da rendere qualsiasi atto un atto d’amore, e che l’atto d’amore basti per assolvere il resto. Nina Roza non giudica, è vero, ma neanche giustifica. È un film che chiede — nel modo più silenzioso possibile, con quei piani strettissimi e soffocanti, come devono essere — di fare i conti con la differenza tra amare qualcuno e decidere per lui.

Tricia Tuttle ha selezionato un film che sembra fatto apposta per risponderle in merito a quelle dinamiche sociali e politiche — migrazione, classe, appartenenza culturale, il mercato dell’arte che finge di essere neutro — che qui passano tutte attraverso il corpo di un uomo che torna a casa senza sapere dove sia casa. E passano attraverso il mistero irrisolto di Nina che dipinge benissimo, e forse è un prodigio e forse no, ma chissenefrega perché Nina, a otto anni, sa già qualcosa che Mihail a sessanta non ha ancora imparato, cioè che si può stare in un posto senza appartenere completamente a quel posto. E che, forse, non c’è niente di sbagliato in questo, nonostante non si possa che odiarle, le famiglie.

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