Da Hit Man a Running Man, un’altra battaglia dopo l’altra.
Ad oggi, il 2025 è un’annata cinematografica eccezionalmente ricca di adattamenti dall’universo narrativo di Stephen King: The Monkey di Oz Perkins, The Life of Chuck di Mike Flanagan, The Long Walk di Francis Lawrence (al momento inedito in Italia), la serie HBO Welcome to Derry, e infine The Running Man, nuova fatica del regista britannico Edgar Wright, a quattro anni di distanza da Ultima notte a Soho. Il 2025 è anche particolarmente legato a quest’ultimo film perché è l’anno in cui Richard Bachman (pseudonimo di Stephen King) pronosticò il futuro distopico presente nel romanzo omonimo pubblicato nel 1982.
Coerentemente con le previsioni orwelliane di 1984, gli Stati Uniti d’America del 2025, immaginati da King quarant’anni fa, sono oggi il teatro violento di alcuni reality show in cui partecipano i cittadini più poveri, come nel caso del protagonista Ben Richards (interpretato da Glen Powell), nella speranza di guadagnare abbastanza soldi per far fronte alle ingenti spese per le cure mediche della figlia malata. Non gli resta alternativa se non quella di partecipare allo show The Running Man, il più violento e redditizio del Network. Con una taglia sulle spalle, Richards deve sopravvivere il più possibile in una realtà in cui ognuno può fare il doppio gioco e metterlo alle strette. In questa direzione, Edgar Wright (anche produttore e sceneggiatore) non posticipa l’annata della distopia pronosticata da King e fa la scelta lucida di aggiornare “semplicemente” il futuro del 2025 al presente di oggi, proprio perché il futuro ha ormai esaurito tutta la sua carica immaginaria e la realtà da incubo dell’intrattenimento audiovisivo di oggi permea ogni sfera della nostra quotidianità, fino agli schermi dei nostri smartphone, che fungono da strumenti mortali tanto quanto le armi, come già intravisto in Eddington, il western contemporaneo di Ari Aster.
Nel primo adattamento, liberamente ispirato, del 1987, con protagonista Arnold Schwarzenegger nei panni dell‘Implacabile di Paul Michael Glaser, la distopia orwelliana veniva anticipata al 2017, lo svolgimento dello show era circostanziato ad una manciata di ore e gran parte del background sociale e famigliare del romanzo veniva sacrificato a favore di una semplificazione spaccona, e a tratti demenziale, della figura di Spartaco. La ribellione dal basso dell’implacabile Schwarzenegger avveniva dentro un’idea futuristica di Colosseo romano in cui gli Stati Uniti di Reagan incarnavano l’esaurimento di un impero moderno, con le sue guerre intestine e fratricide, figlie di una propaganda interna atta a mantenere con forza una netta separazione fra le classi sociali, con quelle più marginalizzate e costrette ai giochi più violenti per intrattenere il potere dei più ricchi. Wright tiene fede allo spirito di questa idea, che recentemente ha alimentato anche l’ultima fantasia coppoliana di Megalopolis, qui deformata ulteriormente nei termini di una società del controllo che va a braccetto con quella dello spettacolo di Guy Debord. Una realtà militarizzata e fortemente gerarchizzata, fatta di checkpoint che designano muri interni tra le classi, spese sanitarie incolmabili indotte dalle bugie di una propaganda spietata, con Cacciatori in veste di aguzzini pronti a riscattare senza pietà la taglia del candidato di turno, e droni da ripresa altamente sofisticati che portano alle estreme conseguenze la pervasività dello sguardo nella polivalenza del verbo to shoot, inteso sia come azione di ripresa che come azione di far fuoco con una scarica di proiettili verso qualsiasi cosa cerchi di ostacolare i dati di ascolto dello show.
Su queste premesse, Wright arricchisce il romanzo di King come un action movie d’altri tempi perfettamente calato nei tempi dell’attuale politica statunitense (e non solo), figlia della post-verità e della febbre da complotto, dell’intrattenimento privatizzato e votato alla falsità delle immagini create con l’IA, e di una violenza istituzionalizzata, di cui il film proietta uno spettro di tutte le sue possibili applicazioni indotte in ogni frangia della società statunitense (anche le più insospettabilmente giovani).
Nonostante il desolante flop al botteghino dei 110 milioni di dollari investiti dalla produzione, la direzione artistica di Wright convince per l’abilità di mediare tra le istanze socio-politiche del romanzo e le esigenze più spettacolari di un blockbuster intriso del panorama mediale contemporaneo. Quest’ultimo, il regista lo conosce tanto bene da riuscirne a ricreare i codici linguistici dentro i numerosi show (come l’irresistibile versione fittizia di The Kardashians) che rendono tangibile l’universo in cui si muove il protagonista. In questo scenario, Glen Powell incarna il perfetto working-class hero in fuga dall’occhio omicida del Grande Fratello. Reietto, incarognito e disperato come nel romanzo, nella sua declinazione “dura a morire” del film d’azione diventa anche un corpo dinamitardo, un sabotatore istintivo, ma anche capace di anteporre all’azione il fiuto, la scaltrezza e la disillusione necessarie a sopravvivere più degli altri due concorrenti grazie al carisma del suo trasformismo, preso direttamente in prestito dal suo ruolo in Hit Man di Richard Linklater.
Il suo mimetismo muscolare funge da spugna, capace di assorbire tutta l’azione scenica che la regia di Wright reinventa, coreografa e fa esplodere attorno a Ben Richards, di pari passo all’evoluzione della galleria di personaggi che lo aiutano, ostacolano o semplicemente gli capitano tra i piedi, in quel groviglio di scappatoie che punteggiano la qualità slapstick delle scene d’azione. Una delle più riuscite è quella del buffo rivoluzionario di Michael Cera, che non vede l’ora di inforcare le armi per vendicare la figura del padre poliziotto fatto scomparire perché oppostosi alla politiche violente della polizia, mentre le redini del gioco vengono mosse dal villain Killian, proprietario del Network, perfidamente incarnato da Josh Brolin, e il suo sottoposto showman (Colman Domingo), oltre a tutta una schiera di Cacciatori che si mettono sulle tracce di Richards. Oltre al casting impeccabile, il senso del ritmo nel montaggio adatta con grande stile il registro dell’action movie, famigliare al regista già dai tempi del celebre Hot Fuzz, che risulta essere una prova d’orchestra per questo grande fumetto cinematografico che risalta in un’epoca in cui l’industria del cinefumetto attraversa una profonda crisi creativa.
Infine, The Running Man compie il tentativo apprezzabile di aprirsi a scenari politici ben più (dis)articolati del precedente adattamento diretto da Paul Michael Glaser, presentandosi come il secondo film della stagione a usare, seppur brevemente, The revolution will not be televised di Gil Scott Heron, monito inevitabile per rompere l’inganno del potere, già messo in mostra da Paul Thomas Anderson in Una battaglia dopo l’altra. Un dettaglio di colore in mezzo a tanti altri, che acquistano maggiore valenza politica nelle sottotrame legate ai personaggi secondari (come il già citato Michael Cera) e un po’ meno lungo tutta l’affrettata conclusione, che cambia di segno rispetto al finale più cupo del romanzo di King. Una debolezza di scrittura, oltre ad alcuni personaggi meno abbozzati, che, tirando le somme, si fa perdonare a fronte dei tanti pregi messi in scena dal talento di Wright, dentro un’appagante giostra visiva in cui la sua personalissima cifra stilistica ci consegna un popcorn movie singolare, eversivo e anti-sistema, dentro quella stessa industria che lo alimenta, lasciandoci l’illusione piacevole di aver percepito un brivido dentro un 2025 che per il momento (forse) rimane dall’altra parte dello schermo cinematografico.




