Le città di pianura

Le città di pianura

«Le notti non finiscono all’alba nella via», di sicuro non quelle di Carlobianchi e Doriano, antieroi dell’ultimo bicchiere che è sempre il prossimo.
Due cinquantenni ex classe operaia, amici di lunga data, smarriti e nostalgici del tempo passato, nel corso di una notte nel loro pellegrinaggio alcolico incontrano Giulio, studente disincantato, nevrotico, bloccato nei suoi stessi schemi da cui è incapace di uscire.

Ci sono film in cui la trama è marginale e essa si affida ai personaggi e al caso, o come direbbe Capovilla, alla «provvidenza divina». I giovani di oggi li catalogano in “no plot, just vibes“, io avvalendomi della licenza poetica li chiamo “pisciare in faccia a Netflix” e ai suoi schemi precostruiti, e così fa Sossai in Le città di pianura. Non ci si aspetta una risoluzione dei fatti perché la trama non sussiste, ci lasciamo trascinare down memory lane, nel flusso dei dialoghi, nelle fragilità e nelle scelte che il caso pone sulla strada, appunto.

Succede tutto in poco più di un giorno, una nottata infinita che continua anche quando c’è il sole, una mista di After Hours di Scorsese, con l’alcolismo di Un altro giro di Vinterberg, i dialoghi sulla falsa riga della Trilogia Before di Linklater e i personaggi del Grande Lebowski dei fratelli Coen, con un vago riferimento a Tre uomini e una gamba di Aldo, Giovanni e Giacomo.
Si ride ma sempre in modo agrodolce: dietro al sorriso si nasconde quanto basta di malinconia, di sogni infranti e di desiderio. Personaggi raccontati politicamente attraverso la decadenza generazionale segnata dalla crisi del 2008. È un film del popolo, dei vinti, riguarda tutti noi non inquadrati, bizzarri, liberi, fuori dagli schemi imposti. È un film che glorifica l’amicizia intima e la sua imperfezione senza cadere nel sentimentalismo da kleenex, ma più un’emotività che ricorda una chitarra scordata suonata in un locale deserto. 

Alcool, bar, ville antiche, ristoranti dove si mangia da Dio, tombe, città, mappe, tesoretti («case libri auto viaggi fogli di giornale»).
Si beve tanto, si gira, si parla e alla fine di tutto si mangia un gelato, che poi, la vita, non è così?

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