I mostri siamo noi che siamo diventati grandi
Stranger Things, o dell’orrore irreversibile di crescere
Sarò sincero, non me ne può fregare di meno dei buchi di sceneggiatura di Stranger Things. Non mi interessa il Mind Flayer, non mi interessa chi comanda chi, non mi interessa la coerenza interna della mitologia del Sottosopra. Lascio volentieri queste disquisizioni a chi pensa che la narrazione sia un codice civile e che una serie televisiva vada processata per inadempienza contrattuale. C’è un intero internet là fuori che si occupa di questo, con la precisione e la passione di un perito del tribunale. Buon per loro, va benissimo, e lo dico con il massimo rispetto.
Semplicemente a me di Stranger Things interessa un’altra cosa, ossia quella che per me è l’unica cosa che conta, l’unica cosa di cui la serie ha sempre parlato, dall’inizio alla fine, anche quando non lo sapeva, anche quando si perdeva dietro a battaglie in CGI e sottotrame militari, vale a dire la mostruosità del diventare grandi.
Così, se non vi dispiace, vorrei partire dalla fine, dalla scena più importante di tutte, che non è la battaglia contro Vecna, non è il sacrificio di Eleven, ma è l’ultima partita di Dungeons & Dragons nello scantinato dei Wheeler. Cinque ragazzi che non sono più ragazzi seduti attorno a un tavolo, a giocare per l’ultima volta al gioco che li ha uniti fin da quand’erano bambini. Con Mike che, attraverso la cornice della campagna, racconta il futuro di ognuno di loro, da chi parte a chi resta, da chi si perde a chi si ritrova. Quella di Mike è la stessa voce narrante di Gordie Lachance alla fine di Stand By Me, è Richard Dreyfuss che scrive al computer e dice: «non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Ma Gesù, chi ne ha?». Non è una domanda retorica, però la risposta è nessuno, è sempre nessuno. E che siano 12 anni o 22 non cambia un cazzo, come vedremo, giuro.
I Duffer Brothers lo sanno bene, quando, della serie, dicono «questa è la storia di un gruppo di personaggi che dice addio alla propria infanzia». E, per farlo, tornano esattamente dove tutto è cominciato — lo scantinato, il tavolo, i dadi — perché il congedo dall’infanzia o dall’adolescenza o da un mondo che avete abitato, come preferite, è sempre un ritorno al luogo del delitto. Si torna sulla scena del crimine per capire cos’è successo, e quello che è successo è che, come sempre, il tempo ti ha derubato di tutto.
Stranger Things è un coming of age, e lo è sempre stato, fin dal primo fotogramma. I mostri del Sottosopra non sono mai stati il punto, sono sempre stati la metafora. L’Upside Down non è altro che il passaggio odioso all’età adulta, per dirla con Salinger: un mondo parallelo, buio, parassitario, che si nutre dell’energia dei bambini e li trasforma in qualcosa di irriconoscibile; ossia adulti, appunto. Il Demogorgone, il Mind Flayer, Vecna, non sono altro che i volti cangianti di una paura unica e inarticolabile, quella di perdere ciò che sei stato, le persone che hai amato, le promesse che ti hanno fatto, quelle che hai fatto tu e che ti sei fatto.
Crescere, nella grammatica di Stranger Things, significa esattamente questo: dimenticare. Dimenticare le amicizie che ti hanno salvato la vita, dimenticare le avventure che ti hanno reso chi sei, dimenticare i giuramenti fatti con il sangue o con i dadi o con le mani che si stringono nel buio. La vita adulta è un incantesimo di oblio, e il Sottosopra non è che la rappresentazione più onesta del dolore disgustoso che comporta.
Lo sapeva benissimo Stephen King, che su questo ha costruito un’intera cattedrale narrativa, più o meno riuscita. In It, i “Losers” dimenticano, e non dimenticano solo Pennywise, dimenticano tutto, dimenticano Derry, dimenticano la paura, si dimenticano l’uno dell’altro, e crescendo, i ricordi di quell’estate si dissolvono come inchiostro nell’acqua. Mike Hanlon, l’unico rimasto in città, è il custode di una memoria che non appartiene più a nessuno, il guardiano del faro di un porto a cui nessuno approda più. E quando li richiama, ventisette anni dopo, quei sei adulti devono per prima cosa ricordarsi di essere stati bambini, e il processo è così doloroso che Stan Uris preferisce morire piuttosto che ricordare.
King è stato chiaro e brutale: «gli adulti non ricordano la loro infanzia. Nessuno di noi ricorda cosa faceva da bambino, crediamo di ricordarlo, ma non lo ricordiamo come è davvero accaduto». Il passaggio dall’infanzia all’età adulta non è un varco, è un tunnel, anzi è quel corridoio di vetro che, nella biblioteca di Derry, collega la sezione ragazzi a quella degli adulti, e che si attraversa in una sola direzione.
In Stand By Me — che di Stranger Things è, secondo me, una specie di padre spirituale (al punto che il finale della serie ne riprende esplicitamente la struttura, con Mike scrittore che racconta il destino dei suoi amici) — il corpo di Ray Brower è il MacGuffin, perché la vera scoperta è un’altra. È la scoperta che l’amicizia e certi rapporti — non solo quelli dell’infanzia, ma ogni abbraccio nato dalla certezza feroce di essere diversi, ogni patto stretto credendoci davvero, ogni volta in cui hai giurato che «noi non saremo così» — tutte queste “alleanze” sono un organismo vivente con una data di scadenza incorporata. Gordie, Chris, Vern e Teddy si separano dopo quell’estate, non perché litigano, non perché succede qualcosa di drammatico, ma semplicemente perché le scuole medie li smistano in classi diverse, e la vita comincia a fare quello che la vita fa: dividere. Perché la vita, a volte, fa schifo.
La novella di King, The Body, tra l’altro, è più crudele del film: lì muoiono tutti, non solo Chris. Vern e Teddy hanno morti stupide, insulse, così come la vita adulta sa essere stupida e insulsa per chi resta intrappolato nel luogo da cui sarebbe dovuto fuggire. Il film di Reiner è più gentile, lascia in vita Vern e Teddy, ma in realtà forse è peggio, dal momento che Gordie non sa nemmeno più cosa facciano, alla fine, poiché tutto ciò che sono diventati è degli estranei. Ed estranei, in fondo, lo erano anche prima — amici per prossimità più che per affinità, come capita a quell’età e in certi posti — ma di una prossimità che, almeno allora, significava tutto, e tutto non è poco, proprio per niente.
Mike Wheeler, alla fine di Stranger Things, lo abbiamo detto, sembra Gordie Lachance. È diventato uno scrittore, racconta storie ispirate ai suoi amici, e visto che non può raccontare la verità, non tutta, non a tutti, allora la trasforma in narrazione, che non è altro che il modo in cui gli esseri umani tentano di non dimenticare ciò che comunque dimenticheranno.
Ma la questione, in realtà, è ancora più profonda e più amara di così. La questione non è solo che crescendo ci si dimentica, la questione è che crescendo ci si separa e che questa separazione viene presentata — dal mondo, dalla società, dalla ragionevolezza degli adulti — come naturale, inevitabile, persino salutare. «Ognuno prende la sua strada», «le persone cambiano», «è la vita». Balle. Come se «è la vita» fosse una giustificazione e non una condanna.
L’epilogo di Stranger Things è, sotto questo profilo, di una tristezza insostenibile, anche nel suo apparente, per quanto malinconico, happy ending. I personaggi «trovano la felicità», dicono i Duffer, «ognuno a modo suo». Steve resta a Hawkins ad allenare ragazzini a giocare a baseball, Robin va al college, Nancy lascia il college e va a lavorare al Boston Herald, Jonathan studia cinema a New York. E poi tutti quanti si promettono di vedersi una volta al mese a Philadelphia, a casa dello zio di Robin. Succederà per un po’, poi sempre meno, poi per niente, lo sappiamo. Lo sappiamo noi, e lo sanno anche loro, e sappiamo anche che quella promessa è già una forma di lutto anticipato, e lutto viene dal latino lugere, cioè piangere.
Lucas e Max restano insieme, Will trova finalmente accettazione altrove, lontano da Hawkins, lontano da tutto, Dustin va all’università. Si separano, come devono, come il mondo vuole che facciano, il mondo degli adulti che ha questa idea che la separazione sia crescita, che il distacco sia maturità. Ma se è così — e forse è così — allora la maturità fa schifo, e non è una novità, a prescindere da Peter Pan.
Ma tutto questo non vale solo per i ragazzini di Hawkins. Vale per chiunque abbia provato a costruire qualcosa — da un desiderio o da una trincea — credendo che le regole non valessero per sé e che la propria “bande à part” fosse immune. Vale per chi a vent’anni ha giurato che sarebbe stato diverso dagli adulti che disprezzava e a quaranta si ritrova a usare le loro stesse frasi per giustificare le stesse diserzioni. Il mondo degli adulti non è un’età, è un contagio, e la sua arma più efficace non è la violenza ma la ragionevolezza: «è normale», «succede a tutti», «fa parte della crescita». Come se il fatto che succeda a tutti lo rendesse meno catastrofico, meno brutale, meno inaccettabile.
E poi c’è Eleven, il cui destino è volutamente ambiguo, perché il suo destino è il destino dell’infanzia stessa, come metafora e non solo. «Eleven rappresenta la magia sotto molti aspetti, la magia dell’infanzia», dicono i Duffer. «Perché i nostri personaggi potessero andare avanti, Eleven doveva andarsene», cioè, per crescere, la magia se ne deve andare, non puoi portartela dietro. Puoi scegliere di credere che sia ancora là fuori, da qualche parte, in un paesino in cima a tre cascate, ma è una storia che ti racconti, un’illusione che Kali crea per te, e il bello è che non importa se sia vera o falsa, importa che ci credi, perché credere è tutto ciò che ti resta quando il Sottosopra è stato distrutto e con esso la possibilità stessa dell’avventura, del ritorno, del nostos, e resta solo l’algos, il dolore.
Mike dice: «Non lo sappiamo. Non con certezza. Ma io scelgo di crederci». Ed è la frase più adulta e più devastante della serie, perché è il momento in cui Mike smette di essere un bambino e diventa uno scrittore, cioè un adulto che si inventa storie per sopravvivere alla realtà.
C’è una poesia di Wisława Szymborska che si chiama “Prospettiva” e che, per me, è diventata Stranger Things – dio mi perdoni – distillata in pochi versi:
«Si sono incrociati come estranei, senza un gesto o una parola, lei diretta al negozio, lui alla sua auto. Forse smarriti o distratti o immemori di essersi, per un breve attimo, amati per sempre».
Ecco. Immemori di essersi, per un breve attimo, amati per sempre. Questa è la storia di Stranger Things, questa è la storia di tutti i coming of age che contano qualcosa, da King a Reiner, dai Goonies – sì, i Goonies, problemi? – fino a qui. Due persone — o cinque, o sette — che per un periodo brevissimo e incandescente della loro vita si sono amate con ferocia assoluta, con quella certezza cieca che solo i predestinati possiedono, e poi si sono perse solo per incrociarsi di nuovo in strada come estranei. Non perché si sono fatte del male, ma perché sono cresciute, che è peggio.
Szymborska osserva la scena dalla finestra e scrive: «Come se nulla fosse accaduto, anche se è accaduto». E Gordie Lachance scrive lo stesso al computer in una sera d’autunno, e Mike Wheeler racconta lo stesso attorno a un tavolo da gioco nel seminterrato dei suoi genitori. La stessa storia, lo stesso dolore, la stessa irrimediabile verità: che alcune delle cose più importanti della tua vita le hai già vissute e non te ne sei nemmeno accorto.
Allora il vero mostro di Stranger Things non è mai stato il Demogorgone, non è mai stato Vecna, il vero mostro è il Rightside Up, il mondo di sopra, il mondo normale, il mondo “come va”. È il mondo in cui «le persone cambiano» e «ognuno prende la sua strada» e «così va la vita» e tutte quelle frasi del cazzo che gli adulti usano per giustificare l’ingiustificabile, cioè il fatto che a un certo punto smetti di essere chi eri, smetti di voler bene a chi volevi bene, smetti di credere a quello in cui credevi, e tutto questo non è un peccato, ti dicono, ma un «processo di crescita», anche se doloroso. Come se crescere non fosse, in fondo, soltanto un modo più lento di morire.
L’Upside Down, paradossalmente, essendo un ponte, è il luogo in cui le cose hanno ancora senso. È pericoloso, è terrificante, è buio, ma lì dentro i legami contano, le promesse si mantengono, il coraggio ha ancora un significato. È il luogo dell’avventura, cioè dell’infanzia o del desiderio. Ed è per questo che deve essere distrutto: perché non puoi abitare per sempre nel luogo dell’avventura, prima o poi devi tornare nel mondo di sopra, dove nessuno ti insegue con degli artigli ma dove le giornate sono tutte uguali e gli amici diventano estranei e l’unica magia rimasta è quella di scegliere di credere in una storia che sai essere probabilmente falsa.
Dustin, nel suo discorso alla cerimonia di diploma dice che la cosa più importante è non smettere di essere diversi, non smettere di essere outsiders. È il messaggio esplicito della serie, secondo i Duffers: «Questa è una storia di emarginati e di esclusi». Ma sotto questo messaggio ce n’è un altro, più silenzioso e più vero: che anche gli outsiders, alla fine, si diplomano, prendono strade diverse, trovano la loro nicchia nel mondo degli adulti e smettono di essere un gruppo per diventare individui. Cioè persone separate, con vite separate, che si mandano messaggi sempre più di rado, fino a dimenticarsi.
L’orrore non è il Demogorgone, l’orrore è che domani questi cinque ragazzi non giocheranno più a D&D insieme, che questo tavolo resterà vuoto, che i manuali finiranno su uno scaffale e poi in una scatola e poi in un ripostiglio e poi nella memoria di qualcuno che una sera, a quarant’anni proverà una fitta nel petto e non saprà esattamente perché.
La poesia di Szymborska si chiude con un verso che è sangue impastato con le lacrime: «Cerco di persuadere voi, lettori, con brevi versi occasionali, quanto triste è stato». Ecco: è triste. È stato triste. È la storia più triste che ci sia, perché è vera, perché si ripete e perché non c’è nessun/a Eleven che possa invertirla, nessun potere telecinetico che possa tenere insieme ciò che il tempo separa.
Quindi probabilmente Mike ha ragione, l’unica cosa che si può fare è scegliere di credere. Credere che Eleven sia ancora là fuori, credere che quell’estate sia davvero successa, che quelle promesse, quei desideri, quelle notti, quel tavolo attorno a cui giuravate di cambiare il mondo non fossero un’illusione ma la cosa più reale che abbiate mai fatto. Credere che quegli amici siano ancora i tuoi amici, anche se non li vedi da anni, anche se non sapresti cosa dirgli se li incontrassi per strada, anche se, qualora vi incrociaste, sareste degli estranei.
Immemori di essersi, per un breve attimo, amati per sempre.
E allora sì, forse è meglio morire. O forse — ed è questo che la serie in fondo ci dice, ed è questo che la rende un grande coming of age e non solo un prodotto di nostalgia anni Ottanta — forse è meglio raccontare la storia un’ultima volta, attorno a un tavolo, con i dadi in mano e le lacrime agli occhi, e poi alzarsi, mettere i manuali sullo scaffale, spegnere la luce dello scantinato, e uscire per sempre nel mondo di sopra.
Dove ci sono i mostri veri, dove ci siamo tuttx noi.




