Cosa abbiamo visto #2.
Berlino ultimo atto, ovvero di ciò che non si vede guardando solo i film
Sì, è vero, la 76ª edizione della Berlinale è stata un’edizione minore, e questo non significa affatto quello che pensate.
Cominciamo dalla fine, che è il posto migliore da cui finire, dicono. E la fine dice questo: la 76ª Berlinale è stata un’edizione minore. Minore rispetto alla 75ª, che già era mediocre. Minore nei nomi, nei film attesi, nell’eco che lascerà. L’unico film davvero “atteso” in concorso — At the Sea di Mundruczó con Amy Adams — era anche l’unico che poteva permettersi di esserlo, per ragioni che hanno a che fare più con il casting che con il cinema. Il resto — e qui parliamo di Chen, Haroun, Eimbcke, Schanelec, Chiha, Hammer — è cinema che esiste al di fuori del radar della conversazione mainstream, il che non è un difetto ma è, ai fini del discorso che stiamo per fare, un dato.
Per inciso: lo diciamo noi che c’eravamo, che abbiamo visto i film, che ne abbiamo scritto e che non ci vergogniamo di dirlo e che anzi ne siamo convinti: alcuni dei film migliori che vedremo quest’anno erano qui, a questa Berlinale che nessuno definirà memorabile. Ma questa, per il momento, è un’altra storia, e non è quello che ci interessa adesso.
Quello che ci interessa, davvero, adesso, è quella domanda che nessuno sembra voler fare, o che, quando viene fatta, viene fatta nel modo sbagliato.
Ora, è chiaro che c’è un problema reale, e va detto. Da due edizioni il concorso sembra montato con una visione unitaria riconoscibile ma debole, con film che non sempre parlano tra loro e che a volte non costruiscono un discorso, che a volte possono sembrare selezionati per obbedire a logiche di rappresentanza geografica, di equilibrio produttivo o di necessità diplomatiche più che artistiche. Non è solo questione di nomi, è purtroppo questione di curatela.
Cioè un concorso non è una lista, è un percorso, e la Berlinale, da due anni, sembra aver un po’ perso la capacità di costruire quel percorso, di creare quelle risonanze tra un film e l’altro che trasformano una selezione in un discorso.
È vero anche che, soprattutto quest’anno, c’è anche un problema di programmazione: visto che dieci giorni sono tanti, se non vengono orchestrati con intelligenza — quindi se non crei tensioni, respiri, climax — finisce che il festival si smarrisce a metà percorso, perde ritmo, lascia i critici sparpagliati e il pubblico disorientato. Ed è vero che è sempre successo, e non solo a Berlino, che il primo weekend sia il più importante e che poi, quando si arriva alla cerimonia di chiusura, si abbia la sensazione che il festival in realtà sia finito una settimana prima, ma quest’anno c’è stato a tratti un disordine che è parso quasi sistemico.
E fin qui, non ce ne vogliate, è il racconto che hanno fatto un po’ tuttx, ed è vero, giusto e va bene. Ma poi c’è di più, e c’è di meno, allora va meno bene.
Dove nessuno guarda.
Gabriele Niola sul Post, per dire, con la sua consueta superficialità, sostiene che Berlino è un festival che non riesce più ad attirare i “grandi” film (ma davvero lo ha mai fatto? E cos’è un grande film?), che Cannes e Venezia sono sempre più distanti (ecchisenefrega?), che c’è un problema di identità (sul serio?). Ora, può anche essere tutto vero, per quanto inerte, ma il problema è che questo racconto, per quanto accurato nella diagnosi, è cieco di fronte a ciò che lo circonda. Riduce un organismo complesso a una questione di nomi in cartellone, e nell’operazione perde almeno tre dimensioni senza le quali un festival non esiste: il pubblico, il mercato, e la politica.
Primo dato. La Berlinale è, di tutti i grandi festival, il più frequentato dal pubblico. Ripetiamo tuttx insieme: dal pubblico. Quest’anno è stato di nuovo battuto il record stabilito l’anno scorso: 350.000 biglietti venduti, che significa, fuori dai denti, che la Berlinale resta uno dei pochi festival “grossi” in cui il pubblico conta davvero, e non contano solo i badge. Per capirci, Venezia vende 60.000 biglietti quando va bene. Le persone che stanno a Berlino vanno al festival, comprando biglietti, ci vanno il sabato pomeriggio, ci vanno la sera dopo il lavoro. Non c’è un altro festival di serie A al mondo dove questo succeda su questa scala: non Cannes, che è riservato agli accreditati e dove i biglietti al pubblico semplicemente non esistono; non Venezia, che vende biglietti ma è confinata al Lido, separata dalla città da un tragitto in vaporetto; non Toronto, che ha una vocazione popolare ma in un ecosistema completamente diverso. La Berlinale è l’unico grande festival che si svolge in una capitale, una metropoli con un trasporto pubblico che funziona, con sale sparse per i quartieri e con un Publikumstag, una giornata del pubblico, in cui tutti i biglietti costano undici euro. Non è un dettaglio, è un modello. E tutte le sale che abbiamo visto, non a caso, erano sold out, tranne quelle riservate alla proiezione per la stampa.
Secondo dato, e qui la cosa diventa ancora più interessante. L’European Film Market 2026 ha chiuso con oltre 12.500 professionisti presenti, registrando un aumento del 5% rispetto al 2025. Ci sono stati 606 film proiettati, con un tasso di anteprime di mercato dell’83%. C’erano 1.794 buyer in sala. C’erano gli Stati Uniti come seconda delegazione per dimensione dopo la Germania, seguiti da Francia, Regno Unito e Italia. Tutti i principali venue del mercato hanno registrato crescite tra il 10 e il 18%. Il primo giorno ha visto un aumento del 20% delle scansioni dei pass per le proiezioni. Il DocSalon ha avuto un incremento del 10% delle presenze. Le nuove iniziative — gli Animation Days, il Games IP Pitching, l’Immersive Zone di EFM Beyond con sessioni da sessanta minuti tutte esaurite — hanno funzionato al di là delle aspettative. Ci sono stati 369 speaker internazionali in più di 100 panel. E, per la prima volta, abbiamo avuto il Berlinale Film School Summit, con oltre 120 studenti da 18 scuole di cinema di 13 paesi.
In altre parole: mentre il concorso languiva, il mercato esplodeva. Mentre la critica — e noi con lei — si lamentava della mancanza dei “film più attesi della stagione”, i professionisti riempivano le sale, chiudevano contratti, compravano e vendevano. E il pubblico di Berlino faceva la coda online alle dieci di mattina per vedere Çatak, Haroun, Schanelec — nomi che il novanta per cento del pubblico italiano non conosce e che la stampa (non solo) generalista liquida come “autori meno noti”.
Ecco. Allora è qui che il racconto della crisi crolla, non perché sia falso, ma perché è superficiale, e la superficialità nel giornalismo culturale è una forma di violenza epistemica, perché costruisce un racconto che cancella le alternative. Descrivere una Berlinale in crisi d’identità guardando solo i film del concorso è come valutare un ospedale dalla qualità del giardino. La crisi è tutta interna al circuito festivaliero, al gioco delle prime mondiali, alla competizione per accaparrarsi i titoli che faranno parlare di sé durante la stagione dei premi. È la crisi vista dall’unico punto di vista del critico-spettatore che misura un festival in base alla notorietà dei registi selezionati. Il che è legittimo, ma è anche radicalmente insufficiente.
Sulla politica, poi, che è il terzo dato, il silenzio è stato assordante. La 76ª Berlinale è stata una delle edizioni più incandescenti degli ultimi anni. Wenders che dichiara di voler tenere il cinema fuori dalla politica. Arundhati Roy che ritira la sua partecipazione, oltre 80 firmatari — Bardem, Swinton, Ruffalo — di una lettera aperta su Gaza. Film ritirati. Premiati che parlano come incendiari dal palco della cerimonia di chiusura: Emin Alper, Abdallah Al-Khatib, che usano l’Orso come una tribuna. La Berlinale è un campo di battaglia, è il luogo in cui il cinema e il mondo si toccano davvero. Ridurre tutto questo a un generico “problema di identità” non è solo impreciso, è un’operazione ideologica, perché depoliticizza un festival la cui ragion d’essere è politica.
Allora quello che potrebbe sembrare un paradosso — un’edizione minore con biglietti sold out e il mercato più forte d’Europa — si rivela per quello che è: non un paradosso ma una diagnosi, che si presta a più letture possibili.
Tre ipotesi.
La prima è la più semplice, e forse la più vera: festival e mercato sono due organismi diversi che condividono un corpo. L’EFM funziona indipendentemente dalla qualità del concorso, perché serve, passateci l’inglesismo, una constituency diversa che ha bisogno di febbraio, ha bisogno di Berlino, ha bisogno di un luogo dove incontrarsi prima che la stagione entri nel vivo. Il concorso potrebbe proiettare dieci ore di segnale orario e il mercato funzionerebbe lo stesso. Il che non è una critica al mercato, è un invito a non confondere la parte con il tutto.
La seconda è più inquietante: il pubblico non ha bisogno dei “grandi film”. O meglio: il pubblico della Berlinale — quello vero, quello dei 350mila biglietti, quello che fa la coda online alle dieci di mattina per un documentario del Ciad — non misura la qualità del festival con le stesse metriche con cui la misura la critica internazionale. Per quel pubblico, la Berlinale non è, per fortuna, un evento — è un rito, una settimana in cui Berlino diventa, più di quanto già non sia, una città di cinema. E quel pubblico va a vedere quello che c’è, non quello che manca. E questo, francamente, dovrebbe farci riflettere su quanto il discorso sulla “crisi” dei festival sia, in realtà, un discorso sulla crisi di un certo modo — il nostro — di pensare ai festival.
La terza riguarda il futuro. La Berlinale sta scommettendo su qualcosa che non debba competere con Cannes e Venezia sul terreno delle anteprime di prestigio, ma costruirsi un’identità diversa, più porosa, più professionale, più attenta all’ecosistema, più generosa con il documentario, più aperta al pubblico. Il Film School Summit, gli Animation Days, il Cross-IP accelerator, l’Immersive Zone non sono ornamenti, sono una direzione. La domanda non è se la Berlinale riuscirà mai ad avere il film di Nolan o di Villeneuve in concorso, la domanda è se ha ancora senso volere che ce l’abbia.
Certo, questo non cancella il problema curatoriale, che resta, ma lo mette in un contesto diverso. Un festival che funziona su cinque dimensioni — il concorso, le sezioni parallele, il mercato, il pubblico, la politica — non può essere giudicato solo sulla prima.
Al termine della notte.
Avevamo scritto, all’inizio di questa Berlinale, che il cinema che emergeva dalla programmazione era un cinema della simultaneità — vite che abitano più mondi nello stesso tempo, corpi che portano dentro di sé geografie in conflitto — e un cinema degli spazi negati — spazi fisici, geografici, politici, non tendenze intellettuali ma urgenze materiali. Quei film li abbiamo visti, ne abbiamo scritto, alcuni ci hanno messo con le spalle al muro e altri ci hanno deluso, come succede sempre.
Ma il punto, adesso, è che la Berlinale stessa è un cinema della simultaneità: un festival che è contemporaneamente in crisi e in espansione, minore e vitale, debole nel concorso e fortissimo in tutto il resto. E lo spazio che occupa nel panorama festivaliero è, a suo modo, negato, negato dal discorso dominante che misura tutto in Palme e Leoni, negato dalla critica che confonde il prestigio con il valore, negato dal giornalismo culturale che preferisce il racconto della crisi perché la crisi si racconta meglio, si legge prima, si condivide di più.
La 76ª Berlinale è stata un’edizione minore. Le sale erano piene. Il mercato era il più forte d’Europa. La politica è esplosa dal primo giorno. I film, quelli che abbiamo visto, ci hanno interrogato, spostato, a volte annoiato e a volte commosso. Non è un paradosso: è la Berlinale, un festival che ha sempre fatto esattamente questo, tenere insieme cose che non dovrebbero stare insieme, in una città che è nata per tenere insieme cose che non dovevano stare insieme.
Siamo partitx con le contraddizioni e finiamo con le contraddizioni. Non è un caso, e non è una resa. Lo abbiamo scritto, come Wenders, nel 1991, sostenesse in The Logic of Images che i film che fingono di non essere politici sono i più politici di tutti, perché liquidano la possibilità del cambiamento. È ironico che sia toccato proprio a lui, trent’anni dopo, incarnare quella finzione. Ma forse è giusto così: anche questo è un cinema della simultaneità, e anche questo, in fondo, è la Berlinale.
A Berlino, quest’anno come sempre, era tutto lì. Bastava guardare.


