LA SERIALIZZAZIONE DEL MALE

LA SERIALIZZAZIONE DEL MALE

È successo, lo giuro, che a ottobre del 2025, tra le tante cose, Netflix abbia rilasciato e promosso contemporaneamente due serie cruciali sui serial killer. Una, Monster: The Ed Gein Story, è stata massacrata, mentre l’altra, Il Mostro di Stefano Sollima, dedicata al mostro di Firenze, ha ricevuto maggiore tolleranza. Ora, di stabilire quale sia migliore non è che me ne freghi molto, perché la questione è un’altra e ben più interessante, ameno per me. Ossia interrogarsi su cosa significhi, se significa qualcosa, il fatto che continuiamo ossessivamente a trasformare l’orrore reale in un contenuto serializzato, in un flusso algoritmico, in un tempo-vita monetizzato.

Da un lato allora ci ritroviamo negli occhi una strana forma di rivelazione contraddittoria quando Ryan Murphy tenta un’operazione meta-narrativa facendo parlare Ed Gein direttamente in camera, e quindi chiamandoci in causa, e facendogli dire «non dovresti guardare questo» proprio mentre mette in scena la violenza più esplicita dell’intera franchise. È l’industria culturale che finge di criticare se stessa mentre riproduce esattamente le logiche che pretende di denunciare. Žižek direbbe che è l’ideologia nella sua forma più pura: sappiamo cosa stiamo facendo, lo sappiamo perfettamente, eppure continuiamo a farlo.

Ma se di fallimento si può parlare, il fallimento di Murphy – al netto delle recensioni feroci che hanno evidenziato l’ipocrisia di un prodotto che predica contro il voyeurismo mentre lo alimenta sfacciatamente – non è solo estetico, è un fallimento strutturale, perché non si può criticare la spettacolarizzazione dell’orrore mentre si partecipa al suo stesso meccanismo produttivo.

Eppure. Eppure Monster si porta a casa 12,2 milioni di visualizzazioni in tre giorni. Eppure il pubblico consuma, nonostante, o proprio per, il disastro di critica. Perché nel regime dell’attenzione, anche il fallimento diventa spettacolo e non a caso la quarta stagione su Lizzie Borden è già stata confermata.

D’altro lato, con Sollima e il mostro di Firenze, attraversiamo un mondo radicalmente diverso. Di fronte a un caso mai risolto Il Mostro rifiuta di fornire il sollievo del colpevole. Ogni episodio segue un sospetto diverso, nessuno dei quali sarà mai dichiarato responsabile degli omicidi del più celebre serial killer italiano. Non è solo apprezzabile rigore intellettuale, è il riconoscimento che il vero mostro non è l’individuo mai catturato ma il sistema che ha prodotto mostri ovunque, fuori e dentro le procure e le aule di tribunale.

Eppure c’è di nuovo un eppure, che va in cortocircuito con il reale e ci regala una contraddizione lacerante. Il team di Sollima ha consultato diecimila pagine di documenti investigativi, quegli stessi documenti che sono negati da decenni alle famiglie delle vittime. Tiziana Bonini, cugina di una vittima del 1974, denuncia l’oscenità: documenti negati a chi cerca giustizia vengono forniti a chi produce intrattenimento, in un meccanismo in cui Il dolore reale diventa materia prima per il consumo culturale mentre chi ha vissuto quel dolore resta escluso dalla narrazione.

È vero, viviamo nell’epoca della “netflixizzazione del dolore reale”, per usare l’espressione del regista Osgood Perkins. Ogni trauma, anche quello – appunto – reale, deve conformarsi ai ritmi della piattaforma: otto episodi di uguale durata, cliffhanger calcolati, archi narrativi standardizzati. Perché il dolore dev’essere serializzato secondo le esigenze dell’algoritmo, trasformato in dato, in engagement, in valore per gli azionisti.

Mi piace ricordare che Dahmer ha generato 1,03 miliardi di ore di visualizzazione. Un miliardo di ore di vita umana spese a guardare la rappresentazione spettacolarizzata di morti reali. Parafrasandolo, Byung-Chul Han parlerebbe di auto-sfruttamento nella società della prestazione: il soggetto neoliberale si trasforma in «imprenditore di se stesso», sfruttandosi fino al burnout. Nel contesto delle piattaforme digitali, questo meccanismo si perfeziona: nessuno ci obbliga a guardare, lo scegliamo liberamente, e mentre lo facciamo ci esponiamo volontariamente, generando dati e valore. Il padrone e lo schiavo sono la stessa persona. Ogni ora passata davanti a Ed Gein che scuoia cadaveri è un’ora di questa lotta interna, incanalata dalle piattaforme in una spirale infinita di consumo.

Ma c’è un altro elemento di cui tenere conto. I dati ci dicono che il 73% del pubblico del true crime è femminile. Dicono, quelli che leggono i dati, che le donne cerchino «preparazione alla sicurezza», che vogliano imparare a riconoscere i segnali di pericolo. Ma in realtà io credo, con somma modestia, che ci sia qualcosa di più complesso e disturbante: in una società che sistematicamente nega alle donne agency sulla propria sicurezza, il true crime diventa l’unico spazio culturale dove possono elaborare collettivamente la paura. È insieme sintomo e palliativo di una condizione di nuovo strutturale.

Perché se Ed Gein nel 1957 trasformava pelle umana in maschere, nel 2025 Netflix trasforma il trauma in contenuto. La differenza è solo di grado, non di sostanza, dato che entrambi operano una trasformazione del corpo umano in oggetto, della vita in cosa, della persona in materiale. Agamben parlerebbe di riduzione alla “nuda vita” – non semplicemente vita biologica, ma vita che la legge espelle pur continuando a dominarla, esposta alla violenza attraverso uno stato di eccezione permanente. Vita che può essere consumata impunemente, ridotta a materia prima per l’industria dello spettacolo, inclusa nell’ordine culturale solo attraverso la sua esclusione dalla dignità.

Dice: Sollima almeno tenta di spostare il focus. È vero, la sua serie diventa un’esplorazione dettagliata della violenza di genere sistemica, della transizione traumatica dell’Italia rurale verso la modernità, del patriarcato come struttura che produce mostri. Leonardo Fasoli, co-creatore, nota come negli atti processuali emergesse chiaramente che “l’obiettivo primario era sempre la donna; l’uomo solo un ostacolo da rimuovere”. Non è cronaca nera, è l’anatomia di un sistema.

D’altro canto Harold Schechter, biografo di Ed Gein, sostiene che Gein «americanizzò l’horror», trasformando il mostro da creatura soprannaturale nel vicino della porta accanto. Netflix ha globalizzato questa trasformazione e qui si colloca e si conferma (ché su BILLY ne abbiamo già parlato parecchio) un’ulteriore torsione: non solo il male è tra noi, ma noi stessi partecipiamo alla sua riproduzione.

E allora resta l’aporia fondamentale. Possiamo davvero criticare la spettacolarizzazione dell’orrore mentre la consumiamo? Possiamo denunciare la trasformazione del trauma in merce mentre partecipiamo al suo mercato? Forse no. Ma possiamo almeno guardare consapevolmente, riconoscere le contraddizioni, anche senza pretendere di risolverle.

Le famiglie delle vittime del Mostro di Firenze tengono ancora conferenze stampa, sapete? La serie di Sollima ottiene più visibilità in una settimana di quanto loro abbiano ottenuto in quarant’anni. Questa è probabilmente l’oscenità ultima, e sia detto senza moralismi: la rappresentazione dell’orrore ha più potere della ricerca di giustizia. Netflix non deve rendere conto alle vittime, deve rendere conto agli azionisti.

Debord lo aveva scritto nel 1967: nella società dello spettacolo, «tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione». Ma nel 2025 quella distanza è collassata e non c’è più differenza: è tutto spettacolo, è tutto contenuto, è tutto flusso algoritmico da consumare. La distinzione tra disastro reale e rappresentazione dell’orrore non esiste più. David Lynch è morto proprio mentre questa in/distinzione – che lui aveva intuito trent’anni fa, serializzando l’omicidio di Laura Palmer – è diventata l’unica modalità che abbiamo per relazionarci col male.

La domanda finale allora non è se smetteremo di guardare, perché ovviamente non lo faremo. La domanda è se siamo ancora capaci di distinguere tra guardare e diventare. Ogni ora spesa davanti a questi orrori non documenta una scelta tra spettacolo e giustizia: dimostra che quella distinzione è già implosa. Non consumiamo la barbarie dal di fuori, la produciamo attivamente dall’interno, e la produciamo con soddisfazione. Primo Levi parlava della “zona grigia”, ossia di quello spazio abitato dalle vittime costrette alla complicità coi loro oppressori, che crea un’ambiguità morale in grado di sfidare il giudizio semplice e la morale borghese. Ma Levi avvertiva esplicitamente: confondere gli assassini con le loro vittime è «un prezioso servizio reso ai negatori della verità». Noi non siamo vittime costrette – siamo complici volontari. Come diceva Benjamin, non c’è documento di cultura che non sia anche documento di barbarie. Nel true crime su Netflix, noi non siamo più gli spettatori della barbarie, siamo l’umanità che ha accettato di putrefarsi in diretta streaming, e che ne gode.

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