FUORI – MARIO MARTONE
È il 1980: Goliarda Sapienza (Valeria Golino) ha cinquantasei anni, è appena uscita da Rebibbia e vaga in una Roma assolata e afosa alla ricerca di un lavoro per arrivare alla fine del mese. Il suo libro L’Arte della gioia viene rigettato dalle case editrici perché poco “sperimentale”. È il 1980: Goliarda Sapienza cammina scortata da due guardie lungo un corridoio di Rebibbia, la perquisiscono e la portano in cella, dove — dopo una diffidenza iniziale — otterrà la fiducia delle sue compagne. È il 1980: Goliarda Sapienza è insieme a suo marito Angelo Pellegrino (Corrado Fortuna) a una festa nei salotti della borghesia romana, dove ruba una collana da rivendere per guadagnare qualche lira. Un gesto che le costerà il carcere.
Mario Martone racconta la scrittrice catanese con digressioni temporali che ci portano in un dentro-fuori per tutta la durata del film: la vita dentro la cella (l’epoca che Sapienza chiama “L’università Rebibbia” e che nel film è descritta in modo meno approfondito) e la vita fuori, avvolta in un manto malinconico che sembra non darle tregua.
Per apprezzare appieno il film è necessaria una premessa: Fuori è un’opera “libera” nello stile, scritta dal regista e da Ippolita Di Majo con il chiaro intento di catturare non tanto una fase specifica della vita di Sapienza, bensì l’inconfutabile vitalità che innervava le sue relazioni e i suoi amori, dentro e fuori Rebibbia. Ecco dunque che ricaveremo molto poco della vita della scrittrice, delle sue opere, del suo passato; il racconto insegue l’affetto di Sapienza per Roberta (Matilda De Angelis), co-protagonista che rompe gli equilibri e scatena le pulsioni della scrittrice, e per Barbara (Elodie), entrambe compagne di cella molto più giovani, incontrate a Rebibbia. Sono tre donne diverse tra loro: Roberta ha a che fare con la lotta armata, Barbara con un ricettatore, ma sono intrecciate da una complicità inscalfibile che non ci lascia scampo, nata dietro le sbarre e portata per le strade della capitale, in un flusso di sentimenti travolgenti e magici.
Fuori, dunque, è un film sui rapporti vissuti da Goliarda Sapienza con una libertà e una vitalità senza eguali: relazioni erotiche, amorose, materne che si dipanano in tutta la loro spontaneità, difficilmente leggibili all’interno di categorie prestabilite dalla società borghese del tempo. Goliarda e Roberta corrono tempo lungo i binari dell’amicizia e dell’amore allo stesso, vivono una relazione irrequieta che si nutre di complicità e di cura reciproca: si respingono, si cercano, si rincorrono, si perdono. Martone e Di Majo, scegliendo di puntare lo sguardo su questi legami slabbrati e permeati di vita, hanno probabilmente colto l’essenza ultradimensionale propria di Sapienza, che ha sempre rubato a tutte e a tutti la sua parte di gioia.
La scelta delle tre attrici dà al film una luce in più: Valeria Golino, che di Sapienza è stata allieva prima del suo debutto, è stata scelta dal regista ancora prima di sapere de L’Arte della gioia (Sky), la serie su Goliarda Sapienza girata poco prima; Matilda De Angelis, invece, quasi non si distingue dal suo personaggio per la bravura e la naturalezza con la quale l’ha reso suo; infine Elodie, perfettamente a suo agio nei panni di una ragazzaccia di borgata. Tre attrici che — affiancate — diventano eteree e si ritagliano uno spazio impenetrabile all’interno del film, come nella lunga sequenza girata all’interno della profumeria, un film nel film, dove il rapporto delle tre donne si espande e si ritrae come un moto ondoso che risucchia.
Sempre a proposito di cast, un dettaglio importante è quello delle comparse: le scene in carcere sono state girate in parte a Rebibbia, e le figure femminili che appaiono sono state interpretate da detenute ed ex detenute. Nel film, Martone ha scelto di mescolare immaginazione e realtà.
Fuori era stato inizialmente concepito come un film biografico, più lineare e mirato al racconto della storia della scrittrice; è stato il soggetto di Ippolita Di Majo a dare una svolta al film, scritto partendo da Le certezze del dubbio (il secondo dei libri carcerari di Sapienza) e che ha “liberato” il film di Martone da costruzioni narrative più rigide. Probabilmente è ciò che ha reso il lungometraggio un’opera riuscita, capace di restituirci uno spaccato di vita della scrittrice senza esaurire la narrazione nella sua figura, ma creando un racconto corale dove le tre donne emergono insieme, grazie a una spinta reciproca che muove da un amore libero e sfuggente, che ci parla ancora (e soprattutto) oggi.
Più che raccontarci l’intellettuale anticonformista, Martone e Di Majo ci hanno restituito l’autenticità e la vitalità dei legami di Sapienza, atti di resistenza in un fuori che è uno spazio fisico da riarticolare, ma soprattutto orizzonte emotivo abitato da un desiderio ardente di libertà.




