UN’ANTI-ROM-COM COME SI DEVE
Provate a chiedere al vostro futuro sposo o alla vostra futura sposa qual è la cosa peggiore che abbia mai fatto ad appena pochi giorni dalle nozze. È quello che succede nel nuovo film di Kristoffer Borgli, con Zendaya e Robert Pattinson nei panni di Emma e Charlie.
Parto dicendo che questa è una commedia romantica rovesciata. Una vera e propria rottura con i classici del genere romantico che raccontano quell’amore impossibile che però ce la fa sempre, il cui titolo forse più emblematico è Notting Hill di Roger Michell (1999), ma potrei continuare. Quel tipo di storie che per anni ci hanno fatto sospirare, ma che oggi lasciano sempre più spesso lo spettatore con una sensazione di insofferenza e con il bisogno di qualcosa di più vero, anche se imperfetto. Esempi di anti-rom-com sono Blue Valentine (2010) di Derek Cianfrance e Storia di un matrimonio (2019) di Noah Baumbach, dove vediamo come un matrimonio si può frantumare in mille pezzi, ma anche 500 giorni insieme (2009) di Marc Webb che ci parla dell’idealizzazione dell’altro, e per finire Se mi lasci ti cancello (2004) di Michel Gondry con l’impossibilità di cancellare il ricordo di un amore.
Uno stile, quello di The Drama, che ci restituisce una realtà nuda e cruda, ovvero quella della messinscena della storia d’amore perfetta — che chi vive nel mondo reale, e non dentro i social, sa benissimo non esistere.
È un film divertente, anche perché i ruoli sembrano cuciti addosso ai protagonisti: una Zendaya eccentrica ma dolce, e un Robert Pattinson comico e tormentato. Emma e Charlie sono una coppia affettuosa, di quelle che da fuori sembrano innamoratissime. Ma questa storia è un classico castello di sabbia.
Dopo circa venti minuti di film in cui i due sono veramente sdolcinati (ma ci piace credere che l’amore ogni tanto sia anche questo), durante una cena con un’altra coppia – che poi sarebbero i rispettivi damigella e testimone – emerge dal passato di lei un fatto piuttosto inaspettato. Non ha nulla di sessuale, come si potrebbe pensare, ma è legato alla cultura americana (il film è ambientato a Boston) e finisce per mettere in dubbio la stabilità mentale della ragazza. Charlie entra così in un incubo ad occhi aperti in cui non riesce più a vedere la donna con cui presto convolerà a nozze con gli stessi occhi, ed è costretto a lottare interiormente tra il suo sentimento e la paura che non conosca l’amata per davvero.
Il vero amore è accettarsi profondamente.
Il vero amore è accettarsi profondamente?
Fino a che punto?
Devo essere onesta, sono caduta nella trappola. Per tutto il film ho provato fastidio perché avevo l’impressione di essere davanti all’ennesima stronzata buonista. Probabilmente era proprio l’effetto voluto dal regista che incarna quell’ipocrisia giudicante nell’irritante personaggio di Rachel, sempre pronta a puntare il dito. Poi però, a visione finita, ho capito che era esattamente il contrario: il film non giudica, ma smonta e denuncia proprio quella ossessione per la storia d’amore perfetta che, quasi sempre (e dico “quasi” per non offendere nessuno), è solo apparenza. Ognuno ha i propri scheletri nell’armadio e spesso la persona che abbiamo al nostro fianco non riesce ad accettarli. Per questo finge di non vederli, per poi però esserne logorata. E quindi dalla non-accettazione, come vediamo nel film, si innesca quell’effetto a catena che non fa altro che peggiorare la situazione.
Facciamo però un passo indietro, perché devo tirare in ballo uno dei miei film preferiti (e mi costa parecchio). Il primo vero film che racconta come spesso ciò che amiamo dell’altro sia in realtà l’idea che ci siamo costruiti di lui è Closer di Mike Nichols (2004). Un altro dramma che mette in scena relazioni fatte di bugie e l’ossessiva ricerca della verità. Più cerchiamo risposte, più, paradossalmente, ci allontaniamo da chi abbiamo accanto. Ed è esattamente quello che succede anche tra Charlie ed Emma.
La menzogna sembra quindi l’arma più potente, no? Certo, a meno che i nodi non vengano al pettine (e ci vengono).
Il montaggio è molto vivace, alterna flashback e flashforward e svela poco a poco le azioni dei personaggi, cambiando continuamente prospettiva. Mi è piaciuto in particolare come viene ricostruita la loro storia dagli inizi.
Il finale credo sia volutamente irrealistico. La vedo come una parodia del lieto fine forzato che però lascia allo spettatore il dubbio su come sia possibile perdonarsi così in fretta e andare avanti.
Un film che ha come protagonisti due punti di riferimento della new generation di attori. In particolare Robert Pattinson, che sta completando al meglio la sua “redenzione” dal personaggio di Edward Cullen e che, dopo Die, My Love di Lynne Ramsay dello scorso anno, si qualifica ancora una volta nella parte del compagno devoto che deve gestire una moglie mentalmente instabile.
Vorrei dire un’ultima cosa, come ormai non posso farne a meno quando vedo che è arguta, sulla promozione del film. Il tour promozionale dei due attori ha fatto parlare parecchio, soprattutto perché in totale antitesi con quello di Margot Robbie e Jacob Elordi per Cime tempestose (Emerald Fennell, 2026), dove — per puro marketing — sono giunti a raccontare di aver sviluppato una dipendenza reciproca sul set.
Qui invece si resta con i piedi per terra. Infatti entrambi gli attori sono rispettivamente impegnati in relazioni stabili e dimostrano che si può attirare l’attenzione con maggiore sobrietà e senza costruire gossip (risparmiamo il cuore del povero Tom Holland che ha appena sposato la sua crush di sempre!).
Idea carina, comunque, l’apparizione di Zendaya in una wedding chapel di Las Vegas, luogo che simboleggia la ribellione contro le convenzioni e rappresenta la satira della perfezione romantica, dove l’attrice ha fatto da testimone a una coppia e persino cantato per loro.




