La pioggia e la verità. No Other Land e il terrorismo di stato israeliano

La pioggia e la verità. No Other Land e il terrorismo di stato israeliano

Quella notte in cui il cielo è stato complice del silenzio, ma il cinema del reale ha resistito

Abbiamo già scritto di uno dei film più necessari degli ultimi anni, No Other Land, l’ha fatto mirabilmente Viola Scalacci la prima volta che il documentario è arrivato a Forlì, a Meet the Docs!, ma io credo sia utile tornarci sopra, oggi.

La pioggia di sabato scorso ne ha impedito la presentazione all’Arena Eliseo di Forlì, una pioggia sicuramente non solo sionista ma molto in linea con il percorso di censura che il film sta conoscendo in buona parte del mondo, come se anche gli elementi naturali, oltre alle narrative dominanti, volessero silenziare la verità che questo film sputa in faccia al mondo.

Ma le parole che avrei pronunciato con quello stesso microfono e in quello stesso luogo in cui esattamente cinque anni prima introducevo Apocalypse Now, hanno bisogno di essere dette, perché No Other Land non è solo un film: è una testimonianza che l’Occidente preferirebbe non vedere.

Precisamente cinque anni fa, proprio il 26 luglio del 2020, presentavo Coppola e l’orrore americano in Vietnam. Sabato, nella stessa identica data del 2025, avrei dovuto presentare l’orrore israeliano in Palestina. Non è una coincidenza che voglio ignorare: se allora era il napalm, oggi sono le ruspe. Se allora era la giungla, oggi è il deserto. Ma è sempre la stessa storia: l’Occidente che distrugge e poi si racconta, ipocrita, di essere un mondo civile.

No Other Land è un documentario che brucia le coscienze, un premio Oscar che non trova sale disposte ad accettare il reale, e non è né vuole essere cinema riconciliante. No Other Land è la prova filmata che il terrorismo non solo può assumere la forma di uno stato che sistematicamente cancella un popolo dalla propria terra ma può anche indossare una divisa. Il collettivo israelo-palestinese che l’ha realizzato – Adra, Abraham, Szor e Ballal – ha filmato per cinque anni la distruzione della comunità di Masafer Yatta.

Qui esplode un elemento cruciale, che spettina le nostre sicurezze borghesi di occidentali: ciò che vediamo è successo prima del 7 ottobre 2023. Prima. Quando ancora non potevamo raccontarci che fosse “complesso”, che ci fossero “due parti”, che bisognasse “contestualizzare”. Quando non guardavamo.

Il film documenta con precisione chirurgica la demolizione del 5 maggio 2022, quando in due ore e mezza le forze israeliane distruggono un intero centro comunitario. Non è un’azione militare, è terrorismo di stato. Non lo dico io, lo dice un documento governativo del 1981 in cui Ariel Sharon ammette apertamente che “l’obiettivo dell’operazione è espellere i palestinesi”, e il 1981 è ben prima del 7 ottobre 2023.

Ma il 2023, anche prima di ottobre, era già diventato l’anno più mortale per i palestinesi in Cisgiordania. I numeri non li riporto, perché il film ci dimostra che ogni statistica ha un volto, ogni demolizione una famiglia, e che questo non è un “conflitto”: è un’oppressione sistematica che dura da decenni.

No Other Land fa paura perché rende visibile ciò che il mondo ha scelto di ignorare. Il film non usa la parola “apartheid”, semplicemente lo mostra. Descrive la banale quotidianità di un sistema progettato per rendere la vita impossibile, per spingere i palestinesi ad andarsene. Lo vediamo quando Yuval – l’israeliano del collettivo – può muoversi liberamente mentre Basel rischia l’arresto in ogni momento sulla sua stessa terra. Yuval stesso lo dice: “Io posso andare ovunque. Tu no”. E tutto questo, è roba precedente al 7 ottobre 2023. Tutta roba che l’Occidente delle libertà e dei diritti, delle democrazie e del mercato libero, ha sostenuto e sostiene da decenni, con armi, con soldi, con veti all’ONU.

E ora, mentre Gaza non esiste più, l’Occidente perde finalmente ogni autorità morale e ogni credibilità. Con quale livello di rivoltante ipocrisia si può parlare di diritti umani mentre si finanzia un’occupazione come quella israeliana? No Other Land ce lo dice chiaramente: siamo tutti complici.

Perché è vero che la Corte Penale Internazionale ha da poco emesso un mandato di cattura per Netanyahu per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ma No Other Land ci ricorda che le politiche di occupazione che vediamo nel film sono state implementate da ogni governo israeliano dal 1967. Il terrorismo di stato è iniziato ben prima del 7 ottobre 2023.

Quindi abbiamo un ragazzo palestinese con una telecamera che documenta la demolizione della propria casa, della scuola del villaggio, dei pozzi d’acqua, persino delle grotte dove le famiglie si rifugiano dopo le distruzioni. Questa è uno delle articolazioni narrative più potenti del film, ossia che i palestinesi si raccontano da soli, non sono più oggetto della narrazione occidentale. Basel Adra è un testimone che documenta crimini, e, quando le vittime diventano narratori, non si può più dire di non sapere.

Eppure il film si conclude con le case di Masafer Yatta che continuano a essere demolite, con l’occupazione che continua. E pone, implicitamente, una domanda, quella che brucia le coscienze e fa tremare i polsi alle distribuzioni internazionali: chi è davvero il terrorista? È il ragazzo palestinese che lancia una pietra contro un carro armato o è lo stato che usa quel carro per demolire case? È la famiglia che si rifiuta di lasciare la propria terra o è il sistema che ha reso illegale la loro stessa esistenza? È Adra con la sua camera o sono coloro che vogliono censurare il suo film?

No Other Land dice di più ancora: il terrorista non è solo chi preme il grilletto, ma è anche chi fornisce il fucile, chi paga i proiettili, chi volta lo sguardo. Il terrorista è anche chi, in sale cinematografiche come quella dove avrei dovuto parlare sabato sera, continua a chiamare “complesso” ciò che è criminale, chi continua a negare che ci sia un oppressore e un oppresso, chi permette che tutto questo succeda.

No Other Land è un dispositivo che ci costringe a guardare il nostro riflesso dentro l’orrore, chiedendoci da che parte vogliamo stare, ricordandoci che il silenzio è complicità e la complicità è una forma di terrorismo.

Non basta la pioggia di sabato sera a cancellare la verità che No Other Land porta con sé. Io avrei dovuto presentare il film, analizzare, come ho appena fatto, ciò che il documentario racconta, suggerisce, denuncia e mostra. Ma non vorrei essere frainteso, in questo mio ruolo “istituzionale”: tutto quello che ho scritto è esattamente ciò che penso, credo e sostengo, personalmente e pubblicamente. Tanto che avrei voluto concludere la presentazione dicendo “Palestina libera”, ma forse non sarebbe stato così professionale.

Ma io so, oggi come cinque anni fa, che il cinema (del reale) può ancora costringerci a vedere ciò che preferiremmo ignorare, può ancora attraversare le nostre bugie e mostrarci la nostra complicità. È tutto il resto che manca.

Durante la consegna del premio come miglior documentario della Berlinale, Yuval Abraham, uno dei registi del film, israeliano, disse: «Tra due giorni torneremo in una terra dove non siamo uguali. Io vivo sotto la legge civile, e Basel sotto la legge militare. Viviamo a 30 minuti l’uno dall’altro, ma io ho diritto di voto e Basel no. Io sono libero di muovermi dove voglio in questa terra. Basel, come milioni di palestinesi, è rinchiuso nella Cisgiordania occupata. Questa situazione di apartheid tra noi, questa disuguaglianza, deve finire».

Era il 24 febbraio del 2024.

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