Anatomia del complotto: Ari Aster e Paul Thomas Anderson nell’America del sospetto
Nell’arco di un solo anno, il cinema statunitense ha prodotto due opere che, pur diversissime per stile, usano il complotto come stazione d’ascolto del presente.
Eddigton, firmato da Ari Aster, mostra la paranoia come malattia emotiva, come febbre dell’immaginazione individuale. Una battaglia dopo l’altra, di Paul Thomas Anderson, racconta invece il complottismo come mito fondativo della nazione, come racconto collettivo che l’America incoraggia per spiegare – e per non spiegare – se stessa.
Questi due film trasformano la paranoia in linguaggio identitario.
Da un lato il battito primordiale della paura, dall’altro lo scheletro culturale delle narrazioni che la alimentano. E nello spazio in cui questi sguardi si sovrappongono campeggia l’America contemporanea, febbricitante, in overdose da smania di controllo.
In Eddington, Aster rinuncia ai codici più riconoscibili dell’horror per immergersi in un labirinto psicologico abitato da ansie e sospetti. Il complotto, qui, non è una rete organizzata di poteri occulti, ma una percezione alterata, un’infiammazione dello sguardo.
Per Aster la fragilità emotiva è il terreno perfetto per la germinazione del sospetto: il complotto è la sagoma in cui si è deciso di stipare tutto il dolore collettivo, un ordine fasullo che consola proprio perché non esiste.
Eddington riflette le ansie performative di un’epoca in cui la politica si è trasformata in intrattenimento, fatta di gesti teatrali e di slogan pensati per catturare consenso. Aster costruisce un vero ring culturale dove convergono tutte le tensioni del presente occidentale: dalle eredità di Black Lives Matter ai complottismi dilaganti – con chiari riferimenti a QAnon incarnati dal personaggio di Austin Butler – fino alla sfiducia verso la scienza, alle fake news e all’angoscia diffusa sull’intelligenza artificiale.
Il film rispecchia la logica disordinata di internet e dei social media: un flusso incessante di opinioni, smentite, disinformazione e polarizzazioni nel quale i personaggi, barricati nelle proprie convinzioni, si affrettano a prendere la propria postazione di corsa sulla ruota dei criceti. Aster mostra un’umanità che annaspa in un oceano di voci e contro-voci, incapace di distinguere ciò che è reale da ciò che è proiezione, vittima della sua stessa sovraesposizione digitale.
Eddington è un moderno western elettrico e delirante che si fa specchio di un’umanità scissa tra realtà e mistificazione, sempre più ansiosa, diffidente e frammentata.
Se Aster mostra come la paranoia nasca dal trauma individuale, Anderson mostra come quella stessa paranoia, amplificata e riorganizzata, diventi racconto nazionale. È come se i due film condividessero un’unica domanda: cosa vede davvero l’America quando è costretta a fissare la propria immagine allo specchio?
La risposta che suggeriscono entrambi è sorprendentemente simile: vede se stessa, ovvero la cospirazione.
Con Una battaglia dopo l’altra, Paul Thomas Anderson porta il suo cinema nel territorio del sospetto sistemico. Qui il complotto non nasce dal trauma personale, ma dal terreno culturale americano, da quell’orgoglioso e dis-illuso bisogno di narrazione che spinge a dipingere ombre che non svaniscono mai completamente, nemmeno in piena luce.
A differenza di Aster, per Anderson il complotto non è lo sguardo febbrile dell’individuo, ma un meccanismo collettivo, una forma di mitopoiesi nazionale. Anderson mostra come l’America abbia imparato a raccontarsi attraverso storie di poteri nascosti, di lotte sotterranee, di battaglie che nessuno vede ma che spiegano tutto.
Nel suo film, il complotto non è una minaccia esterna ma una necessità di ri-narrazione. Un modo per difendersi dalla banalità del reale. Un dispositivo che alimenta l’idea che dietro ogni frattura della storia ci sia un ordine invisibile — inventato (forse), non rassicurante, ma pur sempre di conforto davanti alla mediocrità dell’ingiustizia sistemica.
Anderson prende un romanzo dalla difficilissima traduzione filmica (Vineland di T. Pynchon) e lo trasforma in un affresco dell’America di oggi.
Un’America che rincorre immigrati come in Minority Report, che fa dell’identità una trincea, e che produce miti cospirazionisti con la stessa naturalezza con cui consuma pop culture. Attorno a un cast monumentale – con un DiCaprio da cachet stellare – costruisce un’opera che tutti stanno discutendo, perché nessuno, oggi, riesce a scomporre e ricomporre le paure americane con la stessa satirica precisione con cui ci è riuscito Paul Thomas Anderson.
Se Vineland di Pynchon biasimava con asprezza il reaganismo e la sua war on drugs, Paul Thomas Anderson attualizza il medesimo sguardo, mostrando come lo spettro del suprematismo continui ad annidarsi nelle trame della bandiera a stelle e strisce.
Il film raccoglie la tradizione satirica pynchoniana e il suo magma di Storia e storie, di controculture e paranoie mediatiche, di sogni, repressioni, e compromessi. Ma Paul Thomas Anderson si concentra solo sui nuclei narrativi che gli consentono di mettere a fuoco non più le contraddizioni dell’America reaganiana, bensì le ossessioni e le paranoie che serpeggiano, guaiscono e urlano, nell’America che ha portato per la seconda volta Donald Trump alla Casa Bianca.
Una battaglia dopo l’altra è prima di tutto questo: un grottesco affresco delle paranoie psico-sessual-familiar-razziali dell’America contemporanea.
Da notare come Anderson riesca a suggerire che anche la costruzione della struttura famigliare possa, e debba, essere ricomposta secondo nuove trame. Se il tessuto sociale, come la famiglia, si sono contaminati di contraddizioni così forti da non essere più riparo per chi lì vi abita, Anderson ci ispira ricordando che famiglie e valori ereditati non sono una questione di sangue, ma di scelta. E in un mondo che tende verso nuove forme di suprematismo questa è una posizione radicale.
I due film trasformano il complotto in dispositivo estetico che permette di osservare il volto dell’America contemporanea. Un paese che, nel tentativo di controllare il caos, finisce per intravedere nelle sue stesse fantasie la verità che non voleva ammettere: il controllo è un’illusione, ma l’illusione è profondamente americana.
La paranoia smette di essere un discorso marginale e diventa la grammatica segreta dell’immaginario americano: un modo di dare forma al caos e, allo stesso tempo, di nascondere ciò che davvero fa paura.
Non esiste complotto più grande dell’America stessa, della sua necessità di raccontarsi attraverso forze invisibili, poteri ombra, battaglie sotterranee. Nel tentativo di spiegare il caos, il cinema americano finisce per riflettere il proprio volto: inquieto, mitico, sanguinario, sempre in cerca di un nemico che dia forma alla sua stessa fragilità.



