Bugonia – Il complotto capitalista

Bugonia – Il complotto capitalista

Non è un caso che Bugonia esca ora. 

Non è un caso che parli di complotto in questo momento storico

Non è un caso che sia prodotto da Ari Aster, lo stesso regista di Eddington, altro film fondamentale di quest’anno, il cui protagonista è di nuovo il complotto. 

O forse sì.

Forse è solo cinema.

Ma il complotto funziona così: non chiede prove, chiede attenzione.

In Bugonia due cugini rapiscono la CEO di una multinazionale farmaceutica convinti che sia un’aliena. All’inizio tutto è chiaro: loro sono folli, lei è la vittima. La lettura è comoda, rassicurante. C’è chi crede ai fatti e chi li distorce. C’è chi vive nella realtà e chi nella paranoia.
Il problema è che Bugonia non accetta questa divisione.

Il capitalismo come prima teoria del complotto

Prima ancora dell’aliena, c’è l’azienda.

Un colosso farmaceutico che sperimenta, avvelena, distrugge ecosistemi, lascia dietro di sé corpi inutilizzabili e vite interrotte. Nessun alieno, fin qui. Solo capitalismo avanzato.

Il film suggerisce qualcosa di scomodo: il complotto nasce dove il potere è reale ma opaco. Dove le decisioni sono invisibili, le responsabilità diluite, le conseguenze scaricate sui più deboli. In questo senso il capitalismo globale è già una narrazione complottista: tutto accade “per il mercato”, “per la crescita”, “per necessità”, ma nessuno sembra mai decidere davvero.

Quando Teddy, il protagonista, cerca una spiegazione totale, non parte dal nulla. Parte da un sistema che produce danno senza volto. L’alieno arriva dopo, come forma estrema di semplificazione.

La madre resa vegetale da un esperimento, il trauma che non trova giustizia, la rabbia che non ha interlocutori: Bugonia insiste su un punto preciso. Il complottismo non nasce dall’ignoranza, ma dalla frustrazione. Dall’esperienza concreta di essere schiacciati da qualcosa di enorme e inaccessibile.

Il capitalismo, nel film, è talmente disumano da diventare letteralmente non umano. L’idea che la CEO sia un’aliena non è solo una follia narrativa: è una metafora fin troppo chiara. Il potere economico appare estraneo, freddo, incompatibile con la vita. Alieno, appunto.

Il corpo del sistema

Quando Michelle (una formidabile Emma Stone) viene sequestrata, rasata, interrogata, il film costringe lo spettatore a una posizione ambigua. Da un lato la violenza è insostenibile, dall’altro emerge una domanda che non trova risposta: come si processa un sistema che non ha corpo?

Il complotto offre una soluzione perversa: incarnare il sistema in un nemico preciso. Dare un volto al capitalismo. Renderlo punibile. Anche a costo di sbagliare bersaglio.

Ma Bugonia non assolve. La verità finale non riscatta i protagonisti. Non produce giustizia. Produce estinzione.

Il bisogno di uno schema

Walter Lippmann scriveva che non vediamo prima e poi definiamo, ma definiamo prima e poi vediamo. Il mondo esterno è troppo vasto, troppo complesso, troppo rapido per essere conosciuto direttamente. Per poter funzionare, siamo costretti a semplificarlo. A ridurlo a immagini mentali, a stereotipi, a schemi che ci permettono di orientarci senza soccombere al rumore.

Il complotto risponde esattamente a questa esigenza. Offre uno schema totale, una mappa che non lascia residui. Ogni evento trova una causa, ogni dettaglio un significato, ogni vuoto una spiegazione. Non importa che sia vero: importa che sia leggibile.

In Bugonia questo meccanismo è portato all’estremo. Teddy non cerca solo una colpa o un colpevole, ma una struttura che tenga insieme il caos della sua esperienza: il trauma personale, il potere economico, la distruzione ambientale. Il complotto diventa così una forma di ordine cognitivo, una scorciatoia per rendere il mondo interpretabile. Ma, come suggerisce implicitamente Lippmann, uno schema che precede l’esperienza finisce per sostituirla. Non organizza più la realtà: la sovrascrive. E quando lo schema diventa totale, non resta spazio per ciò che non rientra nella mappa.

Il montaggio come economia di senso

Nel finale, immagini apparentemente scollegate si accumulano. Scene che sembrano chiedere allo spettatore di essere interpretate, decifrate, collegate. È lo stesso meccanismo con cui il capitalismo e il complotto funzionano: producono frammenti e chiedono fede nel sistema che li tiene insieme.

Il montaggio promette un senso complessivo che forse non esiste. Ma intanto ci tiene occupati. Distratti. Convinti che, se guardiamo abbastanza a lungo, capiremo tutto.

La crepa

A questo punto la domanda non è più: e se avessero ragione?

La domanda è: cosa succede quando l’unico modo che abbiamo per criticare il capitalismo è trasformarlo in un mostro mitologico?

Il complotto consola perché semplifica.

Il capitalismo resiste perché è complesso.

E nel mezzo restano individui soli, traumatizzati, incapaci di incidere davvero sul reale.

Forse Bugonia non parla di alieni.

Forse parla di un sistema così disumano da sembrare extraterrestre.

Forse il complotto è solo il linguaggio che resta quando la critica politica non riesce più a nominare il potere.

Non è un caso che questo film funzioni oggi.

Non è un caso che ci attragga.

O forse sì.

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