Sirât
Regia 4
Soggetto e sceneggiatura 4
Fotografia 4
Cast 4
Colonna sonora 4

Che cos’è Sirât di Óliver Laxe vincitore del premio della giuria al 78° Festival di Cannes? A detta dello stesso regista è un «mistero», sì perché la quarta opera del regista franco-gallego – prodotta tra gli altri da Pedro Almodóvar – non è qualcosa di “collocabile”, di “definibile”, è un’esperienza da vivere (in sala) che ..

Summary 4.0 favoloso

Sirât

Che cos’è Sirât di Óliver Laxe vincitore del premio della giuria al 78° Festival di Cannes? A detta dello stesso regista è un «mistero», sì perché la quarta opera del regista franco-gallego – prodotta tra gli altri da Pedro Almodóvar – non è qualcosa di “collocabile”, di “definibile”, è un’esperienza da vivere (in sala) che spinge lo spettatore a rapportarsi non solo con le immagini, ma anche con le musiche, i suoni, i silenzi, la tragedia, innescando un relazione difficile da analizzare.

Sirât è di base un road movie che racconta di Luis e Esteban, un padre e un figlio alla ricerca della figlia maggiore e sorella Mar scomparsa da diversi mesi. Le loro ricerche li conducono a un rave party che si tiene in Marocco dove decidono di unirsi a un gruppo di ravers che suggerisce che possano trovare Mar a un altro rave che si terrà nel sud del paese e a cui parteciperanno. Per raggiungerlo però è necessario attraversare il deserto con tutte le fatiche e insidie che questo comporta.

Parte così l’avventura con una iniziale diffidenza reciproca che a poco a poco si scioglie per fare spazio a un clima più disteso di collaborazione e conoscenza tra quelli che sono due mondi diversi: un padre borghese disperato e goffo, interpretato da un ottimo Sergi López (unico attore professionista nel film) e il gruppo di ravers: dei veri e propri freaks (uno di loro, Bigui, indossa non a caso la maglietta dell’omonimo film di Tod Browning) esponenti di una sorta di beat generation contemporanea.

Due mondi che rappresentano uno scontro di classe che si manifesta sia attraverso il corpo degli attori, con il fisico corpulento di López contrapposto a quello sciupato e con menomazioni fisiche dei ravers – esponenti di una visione del mondo diversa ottenuta attraverso l’uso di droghe psicotrope, la danza e l’ascolto a tutto volume dei beat pompati dalle casse che sembrano portarli da “un’altra parte” – sia attraverso un modo di reagire agli eventi che può essere interpretato come un viatico che va da un sistema segnato dalla morte del capitalismo a un nuovo modo di vedere le cose, riprendendo il pensiero di Thomas Pynchon che nel suo romanzo Vizio di forma vedeva nel modo di vivere della beat generation l’ultima forma alternativa alla società capitalista. Tutto ciò con il deserto, l’altro grande protagonista, a fare da cornice e da tramite a questo viaggio.

Sì, perché Sirât si rispecchia nella grande nella tradizione cinematografica che ha reso il deserto un luogo ostico e pericoloso, che rimanda all’inesorabilità del tempo (Il deserto di Tartari, 1976), a un vuoto esistenziale, a una prova da superare, a uno scenario post-apocalittico (Mad Max: Fury Road, 2015), ma anche a una nuova visione di vita elevando il tutto a una dimensione spirituale come indica il suo stesso titolo: Sirât è infatti, nell’escatologia musulmana, il ponte sottile come un capello, teso sull’inferno e sul quale debbono passare le anime dopo la morte. I malvagi precipitano nell’abisso infernale, mentre gli eletti, dopo averlo superato, salgono in paradiso.

E l’avventura dei nostri personaggi assume questo connotato esistenziale nella seconda parte con l’avvento della tragedia, che arriva inaspettata a colpirli e a colpirci come un cazzotto in faccia, portando noi spettatori in un altro film dove i protagonisti cercano di sopravvivere e di evadere dalle avversità e dolori della vita e di un mondo che si sta preparando alla guerra, e tutto ciò che abbiamo visto e vissuto in precedenza ci appare come un grande MacGuffin.

Óliver Laxe mette così in scena uno dei film più interessanti e potenti degli ultimi anni: un’opera coraggiosa, che non fa sconti, che non è accomodante con lo spettatore – a cui lascia un senso sia di sconvolgimento che di profonda riflessione – che arriva storicamente al momento giusto con dei protagonisti colpiti da un destino avverso, ma se, come diceva San Francesco d’Assisi «la grazia è nei disgraziati», ecco che allora, nel loro percorso che li porta ad affrontare una vera e propria discesa agli inferi, finiscono per (ri)trovare l’umanità e a comprendere quanto siamo piccoli di fronte agli eventi, con un finale aperto che lascia intendere una impossibilità di capire come e dove andremo a finire, perché se – come recita una battuta – «È la fine del mondo già da molto tempo», allora la fine del mondo quando finisce?

logo

Related posts

Moonrise Kingdom. Una fuga d’amore

Moonrise Kingdom. Una fuga d’amore

Moonrise Kingdom, USA, 2012, Wes Anderson (R.), Wes Anderson e Roman Coppola (Sc.) Wes Anderson si può amare od odiare, ma una cosa certamente gli va riconosciuta: è dannatamente elegante. Nella costruzione del quadro, nei movimenti di macchina, nella fotografia, nella scelta delle location...

Django Unchained

Django Unchained

Django Unchained, USA, 2012, Quentin Tarantino (R. e Sc.) Ci risiamo, torna Tarantino con il suo stile scoppiettante e ammiccante. I fan gioiscono, e i meno fan apprezzano. Dopo le disamine della blaxploitation di Jackie Brown, del cinema orientale di Kill Bill...

Una questione privata. Furiosa: A Mad Max Saga.

Una questione privata. Furiosa: A Mad Max Saga.

As the world falls around us. How must we brave it's cruelties?Uomo Storia Una nuova speranza. Si potrebbe sottotitolare così, prendendo in prestito da un’altra importante saga cinematografica a lei coetanea, con la quale la prima trilogia di Mad Max, creata e diretta dal genio di George...