(im)POSTura

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Ovvero di come il Post ha spiegato male (di nuovo) il caso del documentario su Regeni e perché il problema è più grande di un punteggio

Sono un abbonato del Post. Lo dico subito perché per me il Post è la migliore testata giornalistica italiana, e quindi mi aspetto sempre grandi cose (tranne che dai suoi direttori, ça va sans dire). E invece stavolta c’è un articolo che, con le sue imprecisioni e le sue omissioni, ci impedisce di vedere davvero il problema — che riguarda tuttx — ossia chi decide quali storie vengono finanziate in Italia, e in base a cosa.

L’8 aprile il Post pubblica “Perché il documentario su Giulio Regeni non ha ricevuto finanziamenti pubblici”, di Bianca Ferrari e Gabriele Niola, un articolo che si propone come il pezzo “razionale” sul caso dei finanziamenti al documentario su Regeni. Ma al contrario – mentre inanella imprecisioni, omissioni strategiche e opinioni spacciate per fatti – si rivela un pezzo più fuorviante di quelli che pretende di correggere. Succede anche nelle migliori famiglie, lo sappiamo, ma va comunque dimostrato, e va dimostrato, quello che dico, con le norme alla mano e non con le vibes.

La tesi portante dell’articolo è che il documentario è stato bocciato sulla base di «criteri» e di «valutazioni tecniche e non di contenuto», e che il film è «semplice e diretto», senza «idee cinematografiche innovative», e che quindi — sostanzialmente — se l’è cercata. Ma Ferrari e Niola non ci dicono che il criterio principale, “Qualità, innovatività e originalità della sceneggiatura e del soggetto”, che vale da solo 63 punti su un massimo di 122, è invece interamente discrezionale, e ha un peso cruciale nel determinare l’ammissione o l’esclusione di qualsiasi progetto. Dire che questo criterio è «tecnico e non di contenuto» è un’ingenuità grossolana, perché in realtà è un giudizio estetico ed etico in cui le scelte politiche, culturali e ideologiche di chi giudica pesano enormemente.

Poi l’articolo aggiunge la propria valutazione critica del documentario — «una documentazione fedele e lineare», mentre i doc migliori «adottano soluzioni di linguaggio cinematografico originali per non annoiare» — presentandola come una conseguenza logica dei punteggi bassi, quando invece è un giudizio critico spacciato per dato oggettivo. Ferrari e Niola non stanno spiegando il meccanismo, stanno in realtà validando retrospettivamente la decisione della commissione. E non si fa, dai.

(Poi, per inciso: Shoah di Lanzmann dura nove ore e mezza di interviste e luoghi vuoti. The Act of Killing ha vinto tutto il vincibile con un dispositivo che molti avrebbero definito “ripetitivo”. Il cinema documentario non ha una misura unica dell’innovazione.)

Ma il problema vero è ciò di cui l’articolo non parla, cioè chi siede in quelle commissioni e come ci arriva. Vengono elencati i nomi della Sezione 3 — la ex deputata della Lega Benedetta Fiorini, per altro appena nominata dal MEF nel consiglio di amministrazione di Eni, dico Eni, cioè l’azienda che compra gas dall’Egitto di al-Sisi; Ginella Vocca, dimessasi il 10 aprile; Pier Luigi Manieri; Pasqualino Damiani; Giacomo Ciammaglichella — e poi niente. Come se una ex parlamentare della Lega, senza alcuna competenza cinematografica, che siede contemporaneamente nel CdA del principale partner commerciale italiano dell’Egitto e in una commissione che boccia un documentario sulla più grave violazione dei diritti umani che riguarda un cittadino italiano, sotto un governo che ha fatto del rapporto con al-Sisi una priorità commerciale, fosse un semplice dettaglio.

Invece no, non è un dettaglio. Le commissioni cinema sono sempre state nominate dal governo, non è una novità di questo esecutivo. Ma la novità è un’altra ed è duplice: la composizione e il peso che si è dato loro.

Voglio dire: innanzitutto nella commissione attuale siedono, accanto a figure di indiscussa autorevolezza come Mereghetti e Caprara, un’ex deputata senza competenze cinematografiche, un giornalista de La Verità e un filosofo noto per il Maurizio Costanzo Show degli anni ’90, giusto per dirne tre. La commissione precedente, quella nominata da Franceschini nel 2022, era composta quasi interamente da professionisti con un legame diretto e pluriennale col cinema — critici, produttori, avvocati specializzati, distributori, docenti di storia del cinema — e 13 dei 15 nominati erano riconferme. Il confronto parla da solo, e non è un caso che tre componenti dell’attuale commissione — Mereghetti, Galimberti e Vocca — si siano già dimessi, con quest’ultima che ha dichiarato di essersi «fermamente opposta» ad alcune bocciature.

Poi c’è il peso. Il governo, negli ultimi quattro anni, sbilanciando la proporzione, ha spostato progressivamente più fondi verso le commissioni (i contributi selettivi) in rapporto a quelli distribuiti in base a parametri oggettivi (i contributi automatici), che per altro nel 2026, dalle bozze che girano, sembrano addirittura spariti. Lo riconosce lo stesso Post nell’articolo-compagno pubblicato lo stesso giorno, ma nell’articolo su Regeni questa informazione è relegata all’ultimo paragrafo, come annotazione, quando invece dovrebbe essere nel primo, perché illumina tutto il resto.

Ed è qui che gli errori tecnici dell’articolo diventano un problema politico. Perché Ferrari e Niola ci raccontano gli automatici in modo sbagliato, e, sbagliandoli, ci impediscono di capire cosa sta succedendo davvero. Gli automatici funzionano tramite un meccanismo oggettivo: le imprese maturano un punteggio basato sui risultati concreti delle opere precedenti — incassi, premi a festival, vendite internazionali — e quel punteggio genera automaticamente un fondo reinvestibile (D.M. 251 del 15 luglio 2021). Nessuna commissione, nessun essere umano nominato da un ministro che possa intervenire. Quello che sta succedendo è che il governo sta spostando soldi da questo sistema a uno in cui decidono persone scelte dal governo stesso. E l’articolo, presentando i selettivi come un semplice complemento agli automatici, oscura esattamente questa differenza, che è enorme.

(Sia chiaro: gli automatici non sono esenti da problemi, perché premiano in modo sproporzionato i grandi incassi, tendono ad arricchire chi è già ricco, e meritano un’analisi seria che magari faremo in un prossimo pezzo su BILLY. Ma il punto qui è un altro: gli automatici sono un meccanismo oggettivo e non manipolabile. I selettivi no.)

Ferrari e Niola scrivono poi anche che «i contributi selettivi sono pensati per tutti i film che non potrebbero accedere agli altri fondi». È falso: selettivi e automatici sono cumulabili e lo dice anche l’altro articolo del Post. I selettivi esistono per legge (art. 26, legge 220/2016) per finanziare opere «in relazione alla qualità artistica o al valore culturale», non in relazione alla povertà della casa di produzione. E quando il pezzo de il Post aggiunge che «non sono pensati per i film di grande incasso, ma per quelli che potrebbero faticare al boxoffice», sta spacciando un’opinione — o una prassi — per principio normativo, perché la legge parla di valore culturale, non di boxoffice. Anche perché le due cose non sono in contrapposizione: i film di qualità artistica non vanno necessariamente male al botteghino. Confondere i due piani fa passare l’idea che il sostegno pubblico alle storie sia una questione contabile e non politica.

Come politica è anche la questione dell’identità culturale. L’articolo dice che «questo criterio non viene valutato, almeno formalmente, ai fini del punteggio», ma il nome completo del bando — che non viene mai citato per intero — è “Bando per la concessione di contributi selettivi per la produzione di documentari cinematografici, televisivi o web di particolare qualità artistica e su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale nazionale italiana“. L’identità culturale è nel titolo, è la cornice del bando, non un criterio separato. Quindi dire che «non viene valutata» è quanto meno fuorviante. O no?

E allora la domanda è: il rapimento, la tortura e l’uccisione di un ricercatore italiano al Cairo, il processo senza imputati, l’incapacità dei governi di pretendere giustizia, tutto questo non è identità culturale nazionale? E se lo è, come è possibile che la commissione gli assegni 36 punti su 63? E se invece non lo è, allora non stupisca che la storia del re delle fettuccine prenda il suo bel contributo, a conferma che si tratta di una dinamica politica e discrezionale.

Ma a proposito di questo, l’articolo liquida poi come «pretestuosi» i paragoni con il film su D’Alessio perché concorre in una sezione diversa. Ha ragione sul piano contabile, ma il problema non è contabile, il problema è che lo stesso apparato — quindici commissari, nomina governativa, potere discrezionale crescente, rotazione nelle sezioni — ha ritenuto un biopic su Gigi D’Alessio meritevole e un documentario su Giulio Regeni no. È, di nuovo, un dato politico e non è l’unico: tra gli esclusi ci sono anche il film sulla morte di Federico Aldrovandi e un progetto sulla storia di Andrea Spezzacatene. Addirittura la sottosegretaria Borgonzoni, quella con la delega al cinema, si è detta «profondamente colpita» dalla bocciatura dell’ultima sceneggiatura di Bertolucci. Quando persino chi ha costruito il sistema dice che qualcosa non va, bisognerebbe chiedersi se il problema non sia strutturale. Perché lo è.

Infatti il dato strutturale è questo: meno soldi al cinema (un taglio di 90 milioni nel 2026) e più controllo su come vengono distribuiti. Questo non è un incidente, è una direzione.

Quando si prende un tema come questo, lo si spoglia della sua temperatura reale, e ci si rifiuta di nominare le strutture di potere, si finisce per fare il lavoro di chi quelle strutture le ha costruite.

Perché nell’Italia contemporanea (che qualcunx avventatamente definisce neo-fascista) il controllo sulle storie non avviene più solo con la censura esplicita, avviene con la riconfigurazione dei meccanismi di finanziamento, con la nomina di commissioni compiacenti, con il progressivo svuotamento dei fondi automatici a favore di quelli discrezionali. E avviene con un giornalismo che racconta questi meccanismi come se fossero neutri, tecnici, apolitici, come se il potere non si esercitasse anche — e soprattutto — attraverso le procedure. Sbaglierò, ma sento odore di MinCulPop.

Giulio Regeni è stato rapito, torturato e ucciso. Federico Aldrovandi è stato ucciso dalla Polizia. Le loro storie sono identità culturale italiana, nel senso più profondo e più scomodo del termine. Che un apparato di nomina governativa le giudichi prive di sufficiente “innovatività” per meritare il sostegno pubblico non è un incidente di percorso, è una scelta, e le scelte si possono e si devono nominare per ciò che sono.

Questo è il tutto il male del mondo. O almeno una parte, la parte che non ha bisogno di torturatori ma solo di valutatori, la parte che non brucia i libri ma semplicemente non li finanzia.

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